Yukio Mishima: l’ossessione della morte e dell’orgoglio

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Nato il 14 gennaio 1925 a Tokyo, Kimitake Hiraoka sin da quando ha poco più di un mese viene sostanzialmente sottratto alle cure materne e cresce con la nonna paterna. Vive un’infanzia solitaria a causa delle deliranti norme di comportamento imposte dal padre, severissimo ufficiale governativo presso l’Agenzia Marittima del Ministero dell’Agricoltura e appassionato filonazista: nessun rumore è permesso, nessun gioco con amichetti maschi, pochissime uscite fuori casa e solo col sole.




Ammesso alla prestigiosa scuola Gakushuin, soffre l’emarginazione e le prese in giro dei compagni a causa dei suoi modi effemminati, della salute malferma e della passione per poesia e letteratura. Sin dall’adolescenza inizia a scrivere e a collaborare con riviste anche importanti: dopo aver studiato Legge, il giovanotto lavora per un breve periodo al Ministero delle Finanze per poi dedicarsi interamente alla scrittura nel 1948 con lo pseudonimo di Yukio Mishima affinché il padre non scopra il suo amore per la letteratura. Nel 1944 però il romanzo La foresta in fiore ottiene un lusinghiero successo e l’Imperatore regala al giovane diplomato a pieni voti ‒ come da tradizione per la Gakushuin ‒ un orologio d’argento, così il padre inizia a guardarlo se non con ammirazione almeno con un po’ di rispetto.

Riformato dall’esercito nel 1945 per pleurite, vive la mancata partenza per il fronte ‒ che probabilmente gli sarebbe costata la vita ‒ come una vergogna e una macchia indelebile. Intanto sua sorella Mitsuko muore per febbre tifoide a soli diciassette anni, e il Giappone si arrende agli Stati Uniti, piegato dalle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki. La scottante autobiografia Confessioni di una maschera è un successo travolgente, Yukio Mishima diventa una star, scrive anche acclamate pièce teatrali interpretate da Utaemon ‒ mito del Kabuki ‒ e viaggia in tutto il mondo. Nel 1958, nonostante la sua omosessualità, sposa la ventenne Yoko Sugiyama, figlia di un pittore famoso, e già l’anno seguente la coppia ha un figlio.

I tratti distintivi dell’opera di Mishima sono il dramma della incompatibilità tra cultura orientale e occidentale, il contrasto feroce tra la ricerca istintiva di una morale assoluta e il culto nostalgico della tradizione da una parte e una omosessualità masochistica ed estetizzante dall’altra, l’ossessione della corporeità e della decadenza della bellezza che lo porterà pionieristicamente a dedicarsi ossessivamente al body-building e alle arti marziali del karate e del kendo. Quale Mishima è quello che amava posare per l’obiettivo dei fotografi nei panni di marinai affogati, San Sebastiani trafitti da frecce o samurai intenti al suicidio rituale? Tutti, nessuno.

Nel 1968, mentre il mondo ribolle per la contestazione giovanile che chiede un audace salto in avanti della società, Mishima assume su di sé la maschera tragica di chi nuota controcorrente nel mare della Storia, e fonda un gruppo armato chiamato Tate no kai (la Società dello scudo), costituito da 100 giovani dediti al recupero della tradizione del Bushido, il codice d’onore degli antichi samurai: nel 1970 lo scrittore e intellettuale tenta con un’azione dimostrativa di sollevare l’opinione pubblica e spingere il Giappone ad una linea politica di stampo fieramente anti-occidentale. Il fallimento ‒ probabilmente previsto ‒ del suo putsch lo spinge al seppuku: dopo essersi sventrato con una katana, si fa decapitare da un suo assistente. Prima di conficcare la spada nelle sue viscere grida “Tennō heika, banzai!”, cioè “Lunga vita all’Imperatore!”: il giorno prima si era premurato di consegnare al suo editore il manoscritto de Il mare della fertilità, con pignoleria tutta giapponese.

Avrebbe potuto sopravvivere Mishima alla vista del Giappone del boom economico, della Borsa e dei chip elettronici, delle scimmiottature degli Usa e dei Tamagotchi? Probabilmente no. Ma Mishima non è una patetica figura di retroguardia, e ridurlo ad un reazionario ottuso e allergico al cambiamento sarebbe un’operazione indegna e molto lontana dalla realtà. Decadente, ambiguo, ribelle, narciso, votato all’autodistruzione, sublime, talentuoso, coraggioso, Mishima ha reso carne e sangue, vita e morte i suoi ideali e le sue contraddizioni.

I LIBRI DI YUKIO MISHIMA



 

 

 

 
 
 
 
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