I curdi – Una bibliografia

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L’offensiva dell’esercito turco scattata lo scorso 9 ottobre e rinominata, con gusto sadicamente ironico, “Fonte di pace”, ha riportato all’attenzione dell’opinione pubblica il popolo curdo e le sue tragiche sorti. Telegiornali, testate giornalistiche, fino ad arrivare ai post sulle nostre “bacheche” social, ci parlano di questo popolo, affannandosi per trovare formule sbrigative e spesso inadeguate che sintetizzino la complessità della sua vicenda storica. Sentiamo parlare “del più grande popolo al mondo senza stato”, di “peshmerga che sfidano la morte”, oppure dell’“esercito di guerrigliere che ha sconfitto lo Stato Islamico cantando Bella Ciao”… Ma quanto sappiamo veramente di questo popolo diviso in quattro stati diversi, che parla quattro grandi dialetti diversi e scrive in almeno tre sistemi alfabetici diversi? Quanto veramente riusciamo a districarci nel dedalo di nomi e acronimi che indicano le varie formazioni politiche, armate o meno, in cui si divide questo popolo? Barzani, Talabani, Öcalan, PDK, PUK, PKK, HPD, PYD, YPG, YPJ? Riusciamo veramente a ricomporre una geografia coerente e a collocare sulla mappa questo popolo? Istanbul, Diyarbakir, Kobane, Erbil, Suleymaniyah…Turchia, Iran, Iraq, Siria…Qualcuno ci aiuti!




Proviamo allora a fare un po’ di chiarezza e a ragionare in maniera sistematica sugli strumenti che il mercato editoriale nostrano mette a disposizione dei curiosi che vogliano vederci chiaro e capire un po’ meglio di cosa stiamo parlando, magari con la speranza di evitare qualche strafalcione o di non reiterare acriticamente luoghi comuni spesso superficiali. Ecco dunque di seguito qualche decina di titoli apparsi negli ultimi cinque anni (più o meno) che possono venirci in soccorso. Cominciamo? Per prima cosa, pochi forse sanno che il primo vero tentativo sistematico occidentale di conoscere questo misterioso popolo nascosto sulle sue impervie montagne, è stato compiuto da degli italiani. Eh sì, è Maurizio Garzoni il pioniere europeo degli studi curdi, è lui che nel 1787 pubblica una Grammatica e Vocabolario della lingua Kurda, seguito una trentina di anni dopo dal collega Giuseppe Campanile con la sua Storia della Regione del Kurdistan e delle sette di religione ivi esistenti (1818). Va detto però che il loro avvio pionieristico rimane pressoché senza seguito in Italia, se si eccettua qualche esperimento di autori risorgimentali fuoriusciti dall’Italia e rifugiati presso il Sultano: Alessandro de Bianchi nel 1859 pubblica i suoi Viaggi in Armenia, Kurdistan e Lazistan (riediti da Argo nel 2005); Cristina Trivulzio di Belgiojoso tenta la via del romanzo con Un principe curdo (1855, ripubblicato da Tufani nel 1998). Dopo la morte di Mirella Galletti (2012), i cui titoli sono un patrimonio imprescindibile della curdologia italiana, il nostro Paese non ha più espresso grandi studiosi di “cose curde” a livello internazionale.

Finita la noiosa parentesi storiografica, veniamo a noi. Chi non volesse sudare sette camicie a compulsare le opere accademiche della Galletti o non potesse spendere ore in biblioteca per risuscitare i testi del Garzoni, che cosa può leggere? Diciamo facendo quattro passi (o quattro click) in libreria. Bene. Partiamo subito da due recenti libri dal carattere introduttivo e generalista: Stefano Maria Torelli (a cura di) Kurdistan, la nazione invisibile (Mondadori, 2016) e Antonella De Biasi et al. (a cura di) Curdi (Rosenberg & Sellier, 2018). Due strumenti agili, comodi, tascabili, che garantiscono una panoramica a 360° sull’universo curdo, privilegiando chiaramente aspetti di natura socio-politica. Entrambi i libri sono strutturati ricalcando la divisione geografica del popolo curdo in quattro stati diversi. Per cui, quattro capitoli: uno per i curdi di Turchia, uno per quelli di Siria, uno per quelli di Iraq e uno per quelli di Iran. Due introduzioni, due ottimi punti di partenza per chiunque abbia bisogno della prima infarinatura e di rifare mente locale prima di andare più a fondo. Se siete fra quelli che cercano di più, seguitemi. Per chi si occupa di cose curde da molto tempo, negli ultimi anni si è prodotto uno strano paradosso. Se fino almeno al 2011, il Rojava, ovvero il Kurdistan siriano era uno di quelli meno ricercati, studiati e approfonditi, ultimamente la situazione è rovesciata. La resistenza all’ISIS da parte dei guerriglieri curdi delle YPG/YPJ e il loro tentativo di elaborare un modello socio-politico democratico, inclusivo, ecologico e femminista in quelle terre, hanno, grazie al cielo, attratto non poca attenzione. Sugli scaffali si è accumulata una quantità di libri su questo pezzo di Kurdistan davvero degna di nota. Vediamo.

Fra le case editrici più attive in questo senso si segnala la romana RedStarPress con tre titoli già pubblicati e altri in lavorazione: Arzu Demir, La rivoluzione del Rojava (2016), Michael Knapp et. Al, Laboratorio Rojava (2016), LowerClassMagazine, Un’utopia concreta. Le montagne del Kurdistan e la rivoluzione in Rojava: un diario di viaggio (2018). Tre strumenti molto affilati, nati dallo studio diretto, sul campo, dell’esperienza politica che abbiamo imparato a conoscere come Rojava. Tre analisi dettagliate e fruibili del sistema politico, economico, giuridico, culturale e militare, che i curdi hanno provato a sviluppare fino a che la Turchia non ha deciso di far saltare tutto invadendo prima Afrin (2018) e poi tutto il resto (2019). Simile per natura è il volume curato, insieme ad altri, dalla ricercatrice curda Dilar Dirlik, Rojava. Una democrazia senza stato (Elèuthera, 2017), una riflessione sul quel modello politico chiamato confederalismo democratico e sulle sue basi teoriche. E ancora sulla stessa scia, il più recente La sfida anarchica del Rojava (BFS Edizioni, 2019), curato da Norma Santi e Salvo Vaccaro.

Fin qui strumenti teorico-critici fondamentali per comprendere la struttura politica e sociale del Rojava. Ma per sentire il polso emotivo di quel sogno rivoluzionario iniziato nel 2012 e messo in crisi in queste settimane, c’è ancora molto altro da leggere. A cominciare, dai reportage della prima ora, quando ancora quasi nessuno sapeva cosa fosse e dove fosse Kobane. Vedi Ivan Grozny Compasso, Kobane Dentro. Diario di guerra sulla difesa del Rojava (Agenzia X, 2015) o la singolare vicenda di un professore universitario come Gastone Breccia che, durante i momenti cruciali dell’offensiva dell’ISIS, decide di andare in Iraq e in Siria a vedere coi suoi occhi cosa succede per poi raccontarlo in Guerra all’ISIS. Diario dal fronte curdo (Il Mulino, 2016). Ma le vere, preziose, testimonianze dirette dalla resistenza e dalla rivoluzione del Rojava arrivano da quegli italiani che per quella rivoluzione hanno deciso di imbracciare le armi, resuscitando lo spirito internazionalista, con richiami alla Guerra Civile spagnola e alla resistenza italiana. In effetti, si parva licet, questo mini-corpus letterario dal fronte di guerra siriano, riattiva nel lettore italiano, seppure vagamente, echi della nostra letteratura di resistenza (Viganò, Cassola, Fenoglio, per intenderci). Ricordiamo, doverosamente, che su quel campo uno di questi giovani internazionalisti, Lorenzo Orsetti, ha perduto la vita proprio quest’anno. A fare da apripista fu già nel 2016 Karim Franceschi con Il combattente. Storia dell’italiano che ha difeso Kobane dall’ISIS (Rizzoli), testimonianza diretta della resistenza di Kobane e racconto di una vera e propria iniziazione alle armi e al pensiero politico del confederalismo democratico. Due anni dopo, ma con meno fortuna, Franceschi ritorna con Non morirò stanotte. Un comandante, la sua squadra e la caduta dell’ISIS (Rizzoli), dove si narra della seconda esperienza dell’autore sul campo e della formazione del battaglione internazionale che ha partecipato alla liberazione di Raqqa, la capitale del Califfato. Battaglione di cui ha fatto parte anche Claudio Locatelli, che ha raccontato il suo punto di vista in Nessuna Resa. Storia del combattente italiano che ha liberato Raqqa dall’ISIS (Piemme, 2018). Meno militare e più riflessivo è l’altro autore italiano che ha preso parte attiva in quella guerra: Davide Grasso. In Hevalen. Perché sono andato a combattere l’ISIS in Siria (Ed. Alegre, 2017) racconta, ma soprattutto riflette sulle motivazioni profonde che lo hanno portato a coinvolgersi in un territorio apparentemente così distante da noi; diario di una presa di coscienza il cui evento scatenante è la tragica notte del 15 novembre 2015: quando la Francia si svegliò insanguinata dalla follia jihadista. Nel successivo Il fiore del deserto (Agenzia X, 2018), Grasso si sofferma maggiormente sulla descrizione dei contenuti politici e sociali, girando, intervistando, visitando le comuni agricole, le cooperative, i campi profughi: un’ottima panoramica sociale. Suggella infine il racconto del coinvolgimento internazionale nella guerra contro l’ISIS il recente Omaggio al Rojava (RedStarPress, 2019), testimonianze dei volontari che hanno raggiunto la Siria da ogni parte del mondo. A raccontare questo rivoluzionario esperimento politico, oggi schiacciato dagli interessi delle potenze regionali e dai loro referenti planetari, ci ha provato anche la fiction, soprattutto dando risalto allo spirito femminista che ha animato la resistenza curda e che ha toccato profondamente il nostro immaginario: dapprima Marco Rovelli con La guerriera dagli occhi verdi (Giunti, 2016) e più di recente Vichi de Marchi con Dentro il cuore di Kobane (Piemme, 2019). Ci ha provato, con enorme successo, va detto, il romanzo a fumetti, con Zerocalcare e il suo Kobane Calling (Bao Publishing, 2016) vero best seller in questo contesto, i cui proventi sono andati in larga parte a sostenere progetti di sviluppo nelle aree colpite. L’area irachena del Kurdistan e la sua crisi umanitaria è stata raccontata dai disegni di Claudio Calia, Kurdistan. Dispacci dal fronte iracheno (Beccogiallo, 2017), opera elaborata in collaborazione con la meritoria ong italiana Un Ponte per… che da anni lavora in Iraq e Siria.

Una parentesi, tragedia nella tragedia, va spesa per il massacro degli Yazidi, perpetrato dall’ISIS nel 2014 sul monte Sinjar in Iraq. Gli Yazidi, sono un gruppo etnico che parla il curdo, ma la cui definizione come curdi tout court è problematica, in quanto la loro religione sincretistica li distanzia e spesso li mette in conflitto con il resto del mondo curdo musulmano sunnita. Riflette anche su questo la premio Nobel per la Pace 2018, Nadia Murad nel suo L’ultima ragazza (con Jenna Krajewski, Mondadori, 2017) nel quale soprattutto racconta la sua tragica vicenda di prigionia e sfruttamento sessuale da parte degli sgherri dell’ISIS. Storie simili – agghiaccianti, insopportabili – sono raccontate ne Le regine rubate del Sinjar (Nutrimenti, 2018) di Dunya Mikhail, poetessa cristiana irachena in esilio volontario negli Stati Uniti che qui, in un singolare reportage telefonico, racconta la storia della liberazione di alcune donne yazide dalla prigionia.

Negli ultimi anni i curdi sono entrati nel nostro immaginario anche attraverso il canale di quella complessa e per molti aspetti aberrante vicenda che chiamiamo – e continuiamo a chiamare nonostante duri da anni – crisi migratoria. Con questo interrogandoci direttamente, entrando con forza iconica violenta dentro quella nostra zona di comfort chiamata occidente. Era curdo Alan Kurdi, il bambino con la maglietta rossa e i calzoncini blu, riverso esanime su una spiaggia turca. Ne parla la zia Tima Kurdi, nel suo struggente Il bambino sulla spiaggia (Piemme, 2019). È un migrante curdo anche Behrouz Boochani, fuggito dall’Iran con l’intenzione di fare richiesta d’asilo politico in Australia; sopravvissuto a un naufragio, viene rinchiuso nell’isola carcere di Manus in Papua Nuova Guinea e da lì scrive questa potente denuncia delle politiche migratorie australiane (ma quelle europee o statunitensi non sono poi diverse), digitando sul telefono il suo Nessun amico se non le montagne (add Editore, 2019).

Bene. Reportage, cronache, studi socio-politici, denunce di tragedie umanitarie. Ma dov’è la letteratura curda? Ce n’è poca sui nostri scaffali, bisogna andare a cercarla con cura e attenzione, quasi sempre fra le pubblicazioni di editori minori o di settore. Prendete carta e penna. Fa eccezione a quanto detto forse solamente Bachtiyar Ali, grande scrittore curdo iracheno sicuramente da tenere sott’occhio, uscito in Italia per Chiarelettere con L’ultimo melograno (2018). Talento squisitamente letterario, Ali sa trasfigurare narrativamente la vicenda del suo popolo come pochi altri. Ma c’è un ma, la sua opera non è tradotta direttamente dal curdo, bensì dal tedesco. Autore curdo-siriano molto interessante, ma che spesso – come in questo caso – scrive anche in arabo è Jan Dost di cui Pacini Editore pubblica Le campane di Roma (2017). Tradotto dal turco è invece il libro di Selahattin Demirtaş, il leader carismatico del partito politico filo-curdo di Turchia, HDP, incarcerato da più di tre anni. In Alba (Feltrinelli, 2018) mostra di possedere, oltre a quello politico, anche del talento letterario, componendo delicatissimi quadretti che con spietata dolcezza fotografano la condizione dei curdi in Turchia, ma anche in generale delle classi sociali e dei gruppi subalterni. Nel 2019 in Turchia è uscito il suo secondo libro e siamo convinti che presto arriverà anche in Italia: stay tuned! La poetessa Choman Hardi rappresenta un altro nome di spicco; scrive in curdo e in inglese e in Italia (tradotta dall’inglese) è uscito La crudeltà ci colse di sorpresa (Edizioni dell’Asino, 2017) nel quale la voce poetica elabora il trauma della campagna di genocidio denominata Anfal, portata avanti da Saddam Hussein alla fine degli anni ’80. Per rimanere alla poesia, e accostarci finalmente a qualcosa che sia tradotto veramente dal curdo, entriamo nella collana “Il Novissimo Ramusio” pubblicata da Scienze e Lettere in collaborazione con l’ISMEO e l’Istituto Internazionale di Cultura Kurda di Roma. Qui troviamo innanzitutto l’opera poetica di un grande poeta curdo iracheno morto in esilio in Svezia: Sherko Bekas. Scintille di mille canzoni (2017) curato da Laura Schrader. Vi troviamo l’unico romanzo tradotto dal curdo all’italiano; trattasi di Tu di Mehmed Uzun (Scienze e Lettere, 2019), racconto carcerario e romanzo seminale della letteratura curda contemporanea. Sempre dentro la stessa collana troviamo un volume che ci porta dentro un vero tesoro nascosto della letteratura curda, la letteratura orale: Fiabe e racconti popolari del Kurdistan (Scienze e Lettere, 2015) curato da Daniele Guizzo e Matteo De Chiara. Per gli amanti del genere è consigliato senz’altro accostare a questo volume anche Nejat Çetin, Siediti e Ascolta. Racconti brevi della tradizione orale curda (Pentagora, 2015) e dello stesso anno Baykar Sivazliyan, Storie e leggende del popolo curdo

Non mancano in fine gli strumenti per addentrarsi dentro il pensiero politico e la storia del PKK-Partito del Lavoratori del Kurdistan, considerato da Europa e Stati Uniti come un’organizzazione terroristica e il cui leader Abdullah Öcalan soggiornò per qualche mese in Italia, vedendosi respinta una richiesta di asilo, prima di essere catturato dai servizi turchi e incarcerato a vita nell’isola carcere di Imrali. Ci sono diversi libri per entrare nelle pieghe del suo pensiero. I più recenti in Italia sono: Oltre lo Stato. Il potere e la violenza (Punto rosso, 2016) e Civiltà e Verità. L’era degli dei mascherati e dei re travestiti (Punto rosso, 2019). Sono libri importanti per capire la riflessione politica che sta dietro all’esperimento del Rojava ma anche per capire la sostanza ideologica di questa controversa organizzazione. La cui storia comprendiamo ancora meglio leggendo i tre volumi indipendenti di Sakine Cansiz, fondatrice del partito, intitolati Tutta la mia vita è stata una lotta (diffusi in Italia da UIKI onlus). Inoltre un poetico, spesso critico, e controverso (specialmente in Turchia) resoconto della vita delle guerrigliere del PKK ce lo dà la poetessa Bejan Matur col suo Guardare dietro la montagna (Poiesis, 2015).

Un bilancio? Grande spazio dato al Rojava, a dispetto delle altre parti del Kurdistan, non meno importanti; molto protagonismo occidentale: siamo noi che raccontiamo loro e diamo poco spazio alla loro stessa voce, per cui, poca letteratura curda, che sia fiction, poesia o saggistica. Poco, ancora troppo poco. Con uno squilibrio totale a favore del dato politico-militare e a sfavore della “cultura” curda, forse l’unico luogo che può farci conoscere un popolo da vicino, smettere di categorizzarlo e sentirlo più vicino nella nostra comune vicenda umana. Lacune dunque ci sono, ma ce n’è già abbastanza in giro per approfondire, per affinare quell’idea un po’ vaga, un po’ romantica, un po’ tragica che ci si accende nella mente quando sentiamo parlare di curdi. Buona lettura!



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