Leggere Čechov

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L’angoscia di Iona Potapov, seduto a cassetta, fermo sulla sua carrozza, bianco come un fantasma. Ancora non ha fatto la prima corsa. A chi dirà la sua angoscia? Un passeggero, finalmente, ecco a chi raccontare la morte del figlio. Ma il militare che accompagna non lo ascolta, e così i passeggeri successivi. Allora, forse, il cavallo... Umile dimora, una donna che cuce, Raisa, con il nasino all’insù e le fossette alle guance; accanto il marito, Savelij, che si agita nel letto. Arrivano due avventori, uno dei quali seduce Raisa. I due si congedano, e la coppia non tarda a rinfacciarsi a vicenda il proprio malcontento. Così a porta si chiude sui protagonisti, come si era aperta... Un giovane delegato permanente all’agricoltura – inutili e pomposi incarichi della burocrazia russa – si chiama Kunin, e riceve il prete del posto, padre Jakov, per un colloquio di lavoro. Ne biasima il comportamento, si infastidisce, si indigna, poi scopre che dietro l’apparenza si nasconde la tragedia di padre Jakov, e sta per ravvedersi, ma, uomo “troppo sazio e che non sa ragionare”, trova poi altri motivi per giustificarsi, e giustificare una denuncia...

Racconti cechoviani, scritti tra il 1886 e il 1892, rivisti in ventiquattro schede di lettura, anzi di invito alla lettura da parte di Tiziano Cornegliani, di mestiere redattore medico-scientifico e docente di redazione scientifica, che da tempo ha trovato in Anton Čechov un compagno imprescindibile: “Ti fa diventare una persona migliore” leggendolo, esordisce nell’introduzione, citando Gor’kij. Schede, ma anche riassunti e brevi accenni critici, con più di una citazione dalla vasta produzione narrativa dello scrittore russo. Cornegliani ha selezionato – e ri-raccontato commentando ‒ sessanta racconti, spalmandoli in due autopubblicazioni, e destinandone la lettura a studenti, a chi vuole riscoprire le pagine cechoviane, ma anche a coloro che non lo conoscono o forse si sono fatti un’idea sbagliata. Nel racconto, “scrittura pulita ed essenziale”, là dove Anton Čechov si sentiva “a casa sua”, inserendosi, scrive Natalia Ginzburg, “in modo brusco e leggero, fulmineo e imperioso”, spalancando una porta, una finestra, e poi chiudendole all’improvviso davanti al lettore, “assorto, divertito e stupefatto”.



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