Il giorno che sono nato c’era sciopero delle cicogne

Il giorno che sono nato c’era sciopero delle cicogne
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Come un novello Tristram Shandy, anzi meglio, il protagonista ricorda non solo tutto del momento della sua nascita, ma anche tutto della sua vita prenatale e della sua venuta al mondo, il passaggio attraverso il canale del parto, il primo impatto con l’aria della sua “nuova vita”, il suo sbarco in famiglia. Accogliente, ma anche soffocante, l’atmosfera familiare condiziona l’infanzia del nuovo nato. La madre, piuttosto avara di sentimenti, gli infonde un senso di paura costante, il padre, che il ragazzino preferisce di gran lunga alla mamma, con la sua severità insinua in lui continui sensi di colpa. Naturalmente il tutto è narrato in modo leggero e sorridente, anche se il giudizio su questo tipo di educazione (piuttosto comune a tutte le native e i nativi italiani degli anni Cinquanta del Novecento, direi) è tranchant: “I miei genitori mi hanno passato un patrimonio emotivo decisamente ricco: mia madre di paure e mio padre di sensi di colpa!”. Il bambino cresce e fa capolino l’adolescente che, tra qualche malattia psicosomatica (e come potrebbe essere diversamente?) e numerosi lavoretti estivi, se la cava. Come per tutti, il tempo breve della formazione trascorre in fretta e il nostro protagonista arriva alla “tardiva giovinezza e all’immaturità”…

Il giorno che sono nato c’era sciopero delle cicogne vinse nel 2003 il premio Massimo Troisi per la scrittura comica e fu pubblicato in prima edizione l’anno successivo da Guida Editore. Ora esce in edizione speciale e in tiratura limitata a cura dell’autore, per festeggiare i 15 anni dalla prima uscita. Il romanzo, veri o verosimili che siano i fatti narrati, è scritto con stile spigliato tra ironia e aperta comicità, creata di volta in volta da situazioni quotidiane assurde, da eventi al limite del surreale ma possibili, da considerazioni dell’autore, che lancia una strizzatina d’occhio al lettore. La famiglia, suggerisce, reca in sé caos e limitazioni, riti e buoni (o cattivi) sentimenti, gelosie e ripicche. Tutto ciò viene amplificato negli anni dell’infanzia, quando la famiglia è “tutto il mondo”. Raccontarla senza reticenze, in modo disincantato, leggero, capace di suscitare il riso e il sorriso, come fa Fiori, permette di comprenderla meglio - forse perfino di amarla meglio - e di salvare valori e affetti, sciogliendo i lacci e aprendo le porte. La narrazione delle proprie origini, molto diffusa in letteratura, permette non solo di comprenderle, ma anche di distaccarsene, lasciando alle spalle tutte le limitazioni, per amare bene anche se stessi: “Ora vedo il viso di mio padre che prende forma dentro il mio. E vedo anche quello di mia madre. Sorridono insieme e si confondono al mio viso: adesso ho gli occhi tuoi, papà, e anche il naso... la mia bocca è invece tua, mamma... eppure è tutto mio. Regalo una lacrima alla vita, a me stesso e a voi due: ora vi sento dentro di me e vi permetto di esserci, in una nuova armonia”, leggiamo nell’ultimo capitolo.



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