Tà – Poesia dello spiraglio e della neve

Tà – Poesia dello spiraglio e della neve

Olin, Attè, Inna, Antòn, Katrin, Usov. Sono i Tolki, popolo esiguo e timido che si mostra poco; di loro si sanno le mani, i piedi, la faccia, un pezzo alla volta. Si muovono, lavorano e chiacchierano, in un luogo che si chiama Tà (“Come un albero svettante nella sera/ uno scheletro orgoglioso TÀ/ entra. Come un mandorlo secco TÀ, tutto solo, TÀ/ Come un albero orgoglioso e secco TÀ”). TÀ è dunque un luogo di alberi, di terra abitata e lavorata (“Sei sulla faccia della terra/ Sei in fondo a qualche ruga della terra”), (“Al muro la vanga, il rastrello”), ( “La ruota del carro/ la paglia del fieno”). Parlano molto ma si esprimono sinteticamente, mai una parola sprecata, sempre parole semplici (sole, fiore, neve, carretto, pane, mamma,), spesso si ripetono; tra le loro parole e il silenzio, ogni tanto qualche rumore ( “Tossiva come dire basta/ con questo silenzio”). Le loro frasi asciutte, anzi, asciugate, sono immerse in una luce scialba ( “Il sole non doveva fuggire così/ non doveva impigliarsi nel ramo”), sovente presa (o persa) al tramonto (“Le campane chiamavano a distesa/ chiamavano a distesa nel tramonto”), una luce quasi onirica in cui aleggia un senso di pericolo percepito (“fuori c’è il panettiere con il boia/ fuori c’è il signor boia”)…

Primo libro di una quadrilogia dedicata al popolo dei Tolki. Un poema epico in quattro parti che ci racconta non di un popolo di eroi, ma di esseri semplici, elementari, di cui non si riceve nessuna informazione somatica sufficiente per dargli volto, corpo. Tolki, nomen omen ricavato dal verbo inglese “to talk”, parlare. Conta il linguaggio, l’oralità, non il corpo. I Tolki parlano la prima lingua, quella che lega il bambino alla madre: parole semplici, non astratte, spesso lallate; l’imprinting della parola, prima della sofisticazione del mondo, cioè la seconda lingua. Le poesie di TÀ, dette non dall’io lirico, ma da un Tolki, hanno una costruzione lessicale fatta di accostamenti imprevedibili, funzionali ad un ritmo quasi cullante; come afferma la poetessa bresciana, “fanno sentire qualcosa al bambino che c’è dentro di noi, sono poesie che ci riportano anche alla fiaba, che si forma sulle cose fondamentali”. Come nelle fiabe c’è il pericolo in agguato ma, se nelle fiabe è solo il lettore a rendersene conto, grazie ad un artificio narrativo di dislocazione temporale che divide il tempo in due (il tempo del bene che arriva trotterellando e il tempo del male, in attesa dietro ai cespugli), qui i personaggi ne hanno presagio. Approfondendo, definiremo il bene come innocenza, come prima lingua (non contaminata) e il male come malizia, seconda lingua (corrotta). Se serve una morale, si deve recuperare la spontaneità e l’oralità, prima dell’Apocalisse.



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