L’ora del blu

L’ora del blu

Quando l’ora blu del tramonto suona il proprio rintocco come una scura incombente, allora l’animo si leva in volo sulle immense distese della propria memoria e compie una perlustrazione in un disarticolato avvicendarsi di ricordi e testimonianze, meditazioni e tematiche. La stagione che accendeva i sensi, che colorava la vita di ardenti passioni, ha ceduto ormai il posto ad uno strano presente dove impantanano meditazioni irrequiete, grovigli annodati di dubbi irrisolti, lamentazioni elegiache e un fuoco spento di ignote attese: “Sento il tempo che dentro mi scorre,/ un attimo di vita/ che s’accende e si spegne/ campi fioriti dai gigli del mare/ e dai tristi asfodeli della morte”. Ogni cosa è colta nel suo processo di abrasione, tra gli spigoli e le insenature di un tempo agitato da segreti stupori, tra le forme straziate e pietrificate di uno spazio crepuscolare nel quale la mente si attarda pensosa lungo il tragitto adombrato dal mistero che ci attende, aprendo il ripostiglio della propria vita e concedendo a ricordi e pensieri intimi la licenza di varcarne l’uscio, librarsi nell’aria e posarsi con delicata mestizia sulle pagine della presente raccolta poetica: “È inarrestabile/ la corsa del tempo/ fino all’ultimo appuntamento/ con la Signora Velata/ che porta con sé il senso/ del tuo vissuto”…

Approdato in quella terra gonfia di anni e di immagini ormai corrose, senza più la prospettiva di un orizzonte aperto, Eugenio Scalfari affronta per la prima volta lo strumento del verso soffiandovi dentro il fiato inesausto di interrogativi rimasti inevasi che rimbalzano dal caos degli anni. Tentativo di ambizioso e disperato coraggio, che si appoggia primariamente sulla forza restitutiva della memoria, come un naufrago artigliato al ricordo di remote passioni, un vagabondo piegato al ritmo lento e disperato della vita che sfugge, un orfano della virilità muscolare, un prigioniero rinchiuso tra le lusinghe della malinconia, un pellegrino smarrito tra le rovine di una stagione di cui porta tutti i segni di crisi e di sofferenza. Nella luce obliqua della vecchiaia, tra un rigurgito di nostalgia e la piega amara di un sorriso, risalta con atroce chiarezza la riproposizione mai pietosa e indulgente di fenomeni irrecuperabili. Mentre lo sguardo del decano del giornalismo italiano contempla, indifeso e ancora sprovvisto di qualunque certezza, l’addensarsi di una immensa tenebra blu, che restringe rabbrividendo l’ultimo tratto di un lungo percorso. E poiché sarebbe ingeneroso valutare le competenze poetiche di Scalfari, ci piace leggere la sua raccolta di versi considerandolo come il tentativo riuscito di lasciare un segno duraturo nel cuore del lettore anche della sua più profonda intimità.



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