Oltre la Luna

Luna, Base Temma 48, anno 2030.

“Ventotto, ventinove, trenta!” urlò la tenente Rogery richiamando i soldati dalla prova di apnea, per poi urlare con voce eccessivamente acuta di mettersi in riga. “Allora, è arrivata una comunicazione dalla centrale Luna-Serpica, dal Pianeta Terra gli umani terrestri trattano di colonizzare ufficialmente la nostra Luna e altri pianeti inclusi, per emergenza”. Continuò “La Terra non sta morendo, anche se lo ignorano è già morta! Stanno preparando le navette per tutti gli umani per farli scappare, è sicuro che in questo modo ci troveranno e c’è solo un modo per allontanarli e non vederli mai più: ucciderli. Noi in questo periodo ci alleneremo come non mai per l’arrivo della nuova specie, neanche un umano deve vedere il lato oscuro del nostro pianeta. Ora via, tornate alle stanze”. Finì il discorso e lasciò la sala d’addestramento per poi tornare alle stanze di riposo. Tutti erano furiosi dopo aver saputoche gli umani sarebbero ritornati sulla Luna per rimanerci e molto probabilmente distruggerla come avevano fatto con il loro pianeta. Perciò rimasero tutti in sala ad allenarsi, tranne Noah e Alex. I due, a differenza degli altri, rimasero impassibili: a loro non interessava di chi sarebbe venuto sulla Luna, loro non avevano voglia di proteggere un luogo così noioso, dove tutto viene tenuto in sicurezza e dove non si può attraversare il confine buio per il rischio di essere visti, dove oramai ci si poteva solo allenare di volta in volta per una “Guerra Spaziale” che mai sarebbe avvenuta secondo i due ragazzi. Per loro tutto quel prepararsi all’ignoto era inutile e noioso; quel pianeta era troppo monotono, troppo intatto e perfetto. Avevano voglia di andare oltre la Luna, di vedere questa Terra tanto distrutta, tanto pericolosa e chiacchierata, ma non potevano soddisfare la tanta voglia di curiosità e novità, secondo le leggi del Capo-Luna Serpica nessuno doveva andare oltre la Luna per raggiungere la Terra o altro astro, secondo le leggi si doveva rimanere fedeli al proprio suolo lunare, raggiungere un altro corpo celeste sarebbe stato visto come un tradimento alla Luna, quindi si limitarono a tornare alla propria stanza senza proferire una parola.

“Tanto qual è la differenza fra il vivere e il distruggere questo o quel pianeta”, diceva Alex sdraiato sul letto con accanto il compagno. “Credo che quando gli umani arriveranno qui si faranno una grassa risata, nel viaggio penseranno di andare dove l’impossibile è possibile per poi ritrovarsi in un posto fin troppo pari alla Terra”. “Io vorrei tanto sapere di come è fatto quel posto di cui tanto parliamo, se c’è veramente la distruzione, il fuoco, insomma qualcosa di divertente. Non voglio rimanere qui su questo suolo per tutta l’eternità, voglio vedere altro”, aggiunse Noah per poi alzarsi al bussare della porta. “Ragazzi, è l’ora del pasto serale. Oggi è quello buono!”, esclamò Alethea facendo segno di seguirla verso la sala mensa. “Finalmente, non se ne poteva più di zuppa e poltiglia vegetale”, rise Alex stiracchiandosi per poi seguire i due compagni fino al luogo del pasto. Seduti al primo tavolo della mensa, i tre iniziarono a parlare del più e del meno, fin quando Alethea chiese: “Avete sentito la notizia mandata dal Luna-Serpica?”. I due ragazzi annuirono mentre consumavano il proprio pasto. “Sì, ma a noi non interessa”, rispose con un fare altezzoso Noah. “Ah, vero, voi siete i due a cui non frega niente della Luna e che vogliono partire per una gloriosa avventura sulla terra come astronauti eroi”. Voleva chiaramente provocare i compagni ma con scarsi risultati, Alex e Noah avevano chiaramente capito il suo intento. “Senti, per noi non è una questione interessante, vogliamo andarcene da qui, chiaro?”, ribatté Alex ricevendo uno sbuffo da parte della compagna. “Se proprio siete così annoiati e menefreghisti come dite venite nel seminterrato della centrale questa sera alle 23.00, puntuali mi raccomando”, disse lei per poi andarsene al suono dell’allarme per tornare al lavoro.

Erano le 22.55, Alex e Noah avevano appena finito le ore di combattimento laser e si stavano dirigendo al luogo dell’incontro con Alethea; giunti al luogo vennero subito strattonati per il braccio verso l’interno. “Benvenuti nella mia umile dimora”, ironizzò la ragazza alzando le braccia al cielo per mostrare una piccola stanza un po’ trascurata dagli anni, piena di ragnatele e graffiti citanti frasi per la maggiore satiriche. Era arredata con un letto mezzo rotto disfatto con qualche cucitura aperta che mostrava l’imbottitura giallastra, presente anche qualche macchia variopinta sul lenzuolo stracciato, accanto al letto un armadietto metallico scheggiato con vari graffi, infine una sottospecie di scrivania piena di post-it, carte varie e soprattutto molteplici monitor messi alla parete accesi e collegati a un computer portatile anch’esso acceso, una semplice sedia in acciaio lunare malandata mancante di schienale, piena di graffiti, e con tra le gambe alcune piccole ragnatele. “Bel posto”, scherzò Noah posando a terra un borsone contenente vari indumenti di palestra e addestramento spaziale, “Ma perché siamo qui?”. “Secondo la vostra teoria qui è tutto noioso e insopportabile: bene, sappiate che la penso come voi da un certo punto di vista, ma adesso lasciate che vi illumini con questo”. Finì di parlare e indicò la scrivania. “La tua scrivania da piccolo hacker?”, esordì Alex avvicinandosi con i due compagni ai monitor lampeggianti, sfiorandone uno levando un leggero filo di polvere dallo schermo. “No, chiudete la bocca e guardate”, disse Alethea per poi schiacciare rapidamente diversi tasti del computer. “Ora aspettate qualche secondo”: dopo queste parole apparvero molte scritte diverse per ogni monitor e poi, dopo qualche secondo, pian piano si mostrarono diverse facciate della parte illuminata della Luna, rivelanti anche gli altri pianeti in lontananza: probabilmente grazie a qualche telecamera e a qualche strano telescopio.

“Come?”, chiese Alex.
“In che senso?”.
“Come hai fatto a fare questo?!”.
“Domanda sbagliata, come hai trovato questo?”, lo corresse Noah. “Semplice, mi stavo annoiando, come voi, non avevo voglia di andare a rigirarmi nel mio letto, tantomeno di andare a lavorare alla realizzazione di altre armi laser, quindi girovagando e girovagando di nuovo eccomi qui”.
“Ehi, zooma da questa parte!”, disse con occhi curiosi Noah indicando una piccola zona inquadrata. “Va bene, aspetta un attimo, cos’è?”, domandò Alethea avvicinando il volto al piccolo schermo. “È attaccato al suolo”. “Ragazzi, quello è un ponte e sembra collegarsi a Venere”, rivelò Alex ai due ricevendo solo sguardi confusi. “Ora tu spiegami cosa ci starebbe a fare lì quella sottospecie di ponte e il perché nessuno se ne sia mai accorto”, chiese il ragazzo dai capelli mori con le braccia incrociate e corrugando la fronte. “Non penserai che lo abbia creato io!” “Ehi! Guardate, il ponte sta scomparendo!” esclamò Alethea mostrando la passerella che iniziava pian piano ad essere sempre più evanescente. Si chiedevano come fosse possibile, non era mai successo che un ponte iniziasse a scomparire da solo, perché poi fosse stato costruito, dato che sulla Luna era rara la presenza di ponti vista l’inesistenza d’acqua: lì le persone si nutrivano di Purpleloop, un liquido sul lilla chiaro ricavato dal suolo in molta profondità con le stesse sembianze dell’acqua.

“Ragazzi, ho una grandiosa idea anti-noia”, fece la ragazza.
“Spara!”.
“Vogliamo andare a vedere?”.
“Sei pazza? Lì non ci possiamo andare, è la parte illuminata dal Sole, gli umani ci vedrebbero con i loro satelliti”, la rimproverò Alex. “Per di più noi abbiamo gli allenamenti con i lanciafiamme e non possiamo mancare a quello spettacolo”, aggiunse con un po’ di ironia Noah mettendo un braccio sulle spalle dell’amico. “Che ve ne importa dell’addestramento? Voi stessi avete detto che non vi interessa allenarvi!”. “Sì, ma c’è il lanciafiamme, è figo!”. “E quindi rinuncereste ad una fantastica avventura che vi capiterà solo una volta nella vita per una lotta con una sottospecie di pistola?” . I due alle parole della compagna si guardarono in faccia cercando l’approvazione l’uno dell’altro per poi dire all’unisono: “Ci sto!”. “Perfetto, stanotte verso le quattro (a quell’ora nessuna guardia robot è così vigile come sembra) vestitevi con tute nere anticalore per resistere alle alte temperature del pianeta, mi raccomando ragazzi, a dopo!”, disse ai ragazzi letteralmente cacciandoli fuori dalla stanza del seminterrato.

Erano arrivate le quattro in punto e Noah ed Alex erano in attesa di Alethea davanti al portone immenso della base Temma48. D’un tratto si sentirono chiamare da una voce fin troppo conosciuta: “Pronti? Ho controllato i monitor, delle guardie robot neanche l’ombra, ora andiamo che ho anche sgraffignato la mappa”. “Ferma, l’hai rubata?”. “Certo, è la parte illuminata: nessuno tranne le guardie, i robot e Serpica in persona ne hanno una. L’ho presa a Sally Hooper, la guardia”. “Come?”, chiese Noah mentre iniziarono a incamminarsi. “Credo sia una delle guardie più ingenue, ho finto di essere stata mandata dalla capa Serpica per prendere delle cose top-secret, e che mi serviva la mappa. Ci è cascata in pieno!”, rispose Alethea sistemandosi la capigliatura marrone chiaro in una coda poco alta e ridendo sotto i baffi dell’ingenuità di Hooper, ma ricevendo degli sguardi strani da parte dei due ragazzi. “Eccoci arrivati!”, esclamò Alex. Erano nascosti dietro al muretto che separava la città lunare di Serpica dal confine, al di là vi erano decine di guardie robot pronte all’attacco nel caso qualcuno avesse deciso di attraversare quell’area. “Come sfuggiamo alle guardie?”. “Secondo te, Noah?” cominciò Alex toccando lo zaino della compagna e sentendo al suo interno qualcosa di grande e pesante, con la forma simile a quella di un fucile a pompa. “Aspetta, è quello che penso?”. Alex disse queste parole con un sorriso a trentadue denti capendo di quale arma si trattasse, Alethea di tutta risposta gli fece cenno di aprire la sacca dicendo: “Pensatelo come a un modo di farmi perdonare per avervi trascinati quì e avervi fatto perdere il vostro addestramento preferito”. Alex dopo aver aperto la sacca estrasse un lanciafiamme e con gli occhi gioiosi di un bambino ringraziò l’amica con un “Batti il cinque!” amichevole. “Grandioso!”, esclamò Noah. “Ehi, non urlate, qui ci possono sentire! Parlate a voce un po’ bassa, perlomeno”, li rimproverò Alethea per poi portare l’indice alle labbra ed estrarre una pistola laser e delle calibro 12. “Ora andiamo”.

Dette queste parole si accovacciarono all’estremità del muretto per poi, dopo il segnale della ragazza, scattare ad armi spianate e sparare con ferocia ai robot di media statura, che nel mentre cadevano a peso morto a terra, per poi dare un colpo preciso anche alle telecamere. Dopo qualche secondo tutte le guardie robot iniziarono ad emettere un suono acuto molto forte, quasi assordante, i tre misero le mani leggermente sporche di polvere da sparo sulle orecchie per il dolore provocato dal lungo suono; alla fine di questo partì un altro suono più forte ma meno acuto e squillante, proveniente dalla città-lunare: l’allarme della centrale spaziale. “Correte!”, incitò Noah partendo a tutta velocità verso la zona solare, nel mentre dal lato opposto del muretto iniziarono ad apparire innumerevoli guardie robot pronte ad attaccarli, questo finché i tre compagni non arrivarono finalmente nella parte opposta a Serpica, la cosiddetta “zona proibita”. I robot avevano l’ordine di non attraversare il “confine” quindi, secondo le leggi della comandante Serpica, solo lei stessa e un gruppo molto limitato di guardie umane speciali erano autorizzate ad attraversarlo, per scongiurare una grande e temibile emergenza per la città della Luna, e quella era un’emergenza di quel calibro. Da quel momento Noah, Alethea e Alex erano considerati per la comandante traditori, e sarebbero stati puniti per essersi esposti alla luce e agli umani terrestri; erano appena diventati criminali in fuga.

“Ragazzi, guardate, niente più luce artificiale!”, esclamò Alex nel correre e in preda all’eccitazione del momento. “Ragazzi, fermatevi!”, fece Alethea. “Guardatevi intorno, qui è diverso…”. “Diverso?”. “Sì, forse sarà il nostro essere abituati ad una luce artificiale, ma qui tutto è come se brillasse, ed è bellissimo”. Appena lei finì con la sua osservazione si sentì un’altra sirena sempre più vicina, i ragazzi iniziarono a farsi prendere dal panico riprendendo a correre all’impazzata, finché non arrivarono quasi senza accorgersene al ponte tanto atteso. Era una semplice passerella sospesa su quello che sembrava essere un misto di roccia lunare e metallo; sembrava condurre a Venere. I tre senza pensarci neanche una volta, al sentire il suono d’allarme più vicino si affrettarono verso il pianeta bluastro. sentirono una voce femminile alle spalle: “PRENDETELI!” e l’allarme più vicino, molteplici voci urlanti che incitavano i tre protagonisti a fermarsi e tornare indietro. I ragazzi continuavano a correre sulla passerella con il fiatone e il cuore a mille, senza fermarsi, finché ad un certo punto non si sentirono degli spari; Alex urlò cadendo a terra preso da un colpo di pistola al braccio, “Alex!” gridò Noah buttandosi sul corpo dell’amico per poi, con un coltellino preso dalla tasca, tagliare una manica della sua tuta per fasciargli il braccio con questa: “No non c’è tempo, dobbiamo arrenderci oramai, metti le mani in alto”. Il ragazzo moro alzò lo sguardo già rigato dalle lacrime per ritrovarsi davanti le guardie accompagnate dalla comandante Serpica con armi, lanciafiamme, pistole laser, fucili con pallottole di mercurio e chi ne ha più ne metta. “Bene, bene, aspiranti astronauti vedo, portateli alla centrale di controllo e medicate il ragazzo”, ordinò Serpica alle guardie che iniziarono già da subito a prendere i ragazzi e a portarli con sé. Iniettarono nelle loro braccia un liquido giallognolo che fece subito addormentare i tre, i quali vennero subito portati nella centrale di controllo, più specificamente nello studio della comandante. Entrarono scortati dalle guardie in un edificio alto e grigiastro, un po’ malconcio dagli anni, pieno di vetrate e piccole luci, certamente un luogo elegante e serio ma anche alquanto inquietante.

Vennero subito portati dentro una sottospecie di stanza di attesa, fatti accomodare su di un divanetto blu scuro e lasciti lì. Entrò una guardia dai capelli lunghi e bruni raccolti in un codino con una divisa bianca e al collo una fascia a cui era attaccata una luna in oro e un cappello con una pietra di mercurio. Era il sottufficiale Asthon Alcorn, detto anche la “guardia di fiducia del capo” visto che era l’unico che conosceva anche i segreti più oscuri della città lunare, cose che nessun altro poteva sapere. Era la guardia più vicina alla comandante di tutte. “Ora voi tre rimarrete qui in attesa che arrivi un robot che vi accompagni da voi sapete chi, tutto chiaro?”. A quel punto annuirono con un fare impaurito e quasi insicuro. “Perfetto, non muovete un dito e andrà tutto bene”. Detto questo uscì dalla stanza sbattendo violentemente la porta guardandoli con gli occhi pieni di disprezzo e odio. “Tipico”, pensò Alethea e aveva ragione, lì un po’ tutte le guardie, robot compresi, erano come programmati per spargere cattiveria nei confronti dei criminali detti anche “traditori”, delle volte ci erano state anche delle manifestazioni per fermare questa crudeltà, ma senza successo. Passarono diversi minuti composti di sguardi preoccupati rivolti all’orologio che vi era nella stanzetta, di un girarsi i pollici, minuti che sembravano quasi secoli, fino a quando la porta non si aprì mostrando un robot: “Allora!”, iniziò mentre leggeva un foglio grigiastro: “Alex Finner, Alethea Fisher e Noah Storming?”. “Siamo noi”. I tre ragazzi si alzarono all’unisono, pronti per essere portati da Serpica. “Venite con me”. Detto questo seguirono il robot che li portò dinanzi ad una porta completamente di color nero pece: “Bussate sei colpi alla porta e poi dite questo…”, disse il robot con la sua voce eccessivamente squillante porgendo a Noah un foglietto stropicciato giallognolo con su scritto il codice “W201L”. “Cos’è, la parola d’ordine per caso?”, ridacchiò Alex. “No, è soltanto un codice per entrare, è un permesso”, lo riprese il moro per poi bussare alla porta per sei volte esatte e dire “W201L”. E come detto dalla guardia robotica, l’entrata si aprì mostrando una stanza non troppo grande dalle pareti bianche. Quella sorta di stanza aveva una finestra enorme con accanto un armadietto grigio avente un piccolo cartello cartaceo con su scritto “ESPERIMENTI PER CAVIE” e accanto un lettino da ospedale con una scrivania in metallo di color blu e grigio chiaro. “Cos’è questo posto? Ci vogliono usare come cavie da laboratorio?!”, esclamò presa dall’ansia Alethea appena dopo aver letto il cartello sull’armadio. “Ragazzi!”, richiamò Noah l’attenzione dei due ragazzi intenti a guardarsi intorno con le idee confuse su quello che stava accadendo. “C’è una frase sul retro del foglietto che ci dice di sederci”, disse per poi accomodarsi su una delle sedie presenti davanti al tavolo. Gli altri due imitarono il compagno fidandosi per poi sentire alle proprie spalle la porta aprirsi e una voce già sentita: la comandante lunare Serpica Lathos. “Bene, i nostri aspiranti astronauti…” cominciò la donna per poi sedersi dall’altra parte della scrivania. Era vestita con una divisa bianca, un cappello nero con attaccata sul davanti una luna argentea e degli stivali alti di un nero lucido che slanciavano perfettamente la sua figura. “Da dove incominciare...”. Mise i gomiti sul tavolo unendo le mani. “Avete tradito la Luna, osando attraversare il confine e soprattutto volendo andare sul pianeta Venere. Non potete fare come volete voi, non qui, e se gli umani terrestri vi avessero visti cosa avreste fatto? Già abbiamo rischiato di essere scoperti sessantuno anni fa quando gli americani arrivarono qui, sebbene troppo limitati dal vedere oltre il loro interesse, e poi voi non siete di Venere come ho già detto, voi siete destinati a rimanere sulla Luna, che vi piaccia o no voi siete figli della grande e maestosa Luna, che questa vi annoi o no”. Disse queste parole con gli occhi lucidi quasi in lacrime per poi alzarsi e dire: “Ora dovete pagare, ma prima c’è qualcos’altro, VENITE DENTRO!” esclamò ed entrarono alcuni androidi che subito squadrarono i tre ragazzi con i loro occhi color grigio chiaro, avevano la pupilla piccolissima, gli occhi gelidi così tanto da quasi mettere ansia, occhi così calcolatori, “Fate il vostro lavoro con il ragazzo!” ordinò agli esseri indicando Noah, questi lo presero per le braccia ponendolo sul lettino e legandolo, lui si dimenava urlando di lasciarlo andare, stessa cosa Alethea ed Alex che nel mentre venivano tenuti fermi. I due erano confusi, come faceva il compagno ad andare nel panico prima che fosse fatta qualsiasi procedura? Quella non era semplice ansia o paura, era come se il ragazzo sapesse già quello che stava per succedere. “Stai fermo”, disse in tono freddo la comandante, al che Noah disse rivolgendosi ai due ragazzi “Mi dispiace ragazzi”. “Noah, cosa intendi!?”, urlò Alethea con un misto di terrore e confusione. Un androide si avvicinò al lettino mettendo le mani sulla guancia del ‘traditore’ per poi tirare la pelle e la carne mostrando, tra le urla di dolore del giovane e dei propri amici nel guardare la scena increduli, un volto robotico. L’essere fece lo stesso con la pelle del petto dopo aver levato la parte superiore della tuta nera, rivelando un endoscheletro. “Questo cosa vuol dire?”, chiese Alex rivolgendosi alla comandante Lathos con oramai l’umore a terra e gli occhi fissi sull’amico.

“Dovete sapere che non siete gli unici a pensare che la Luna sia noiosa, come dite voi, che forse non dovremmo rimanere qui nella parte oscura ma andare oltre, oltre la Luna e fare nuove scoperte, tutti sono traditori in segreto, perciò per evitare che qualcuno vada oltre il suolo lunare o il confine ho ingegnato degli androidi con fattezze umane così precise da potersi mischiare tra la folla nella città per sorvegliare tutti e, soprattutto, metterli alla prova per vedere se cascano e tradiscono me e la mia Luna. Androidi come Noah. Lui non è mai stato come voi, seguiva i miei ordini, e grazie a lui ho visto e sentito tutto quello che facevate e dicevate. I ponti che avete visto sono delle trappole per i traditori come voi, tutta una finta”. Alethea ed Alex stavano crollando, non ce la facevano più. Noah Storming non era mai esistito veramente, il ragazzo simpatico, un aspirante militare spaziale, non era quello che loro credevano che fosse, non riuscivano a dire niente, erano come sotto shock. “Portateli via”, disse alla fine Serpica dando l’ordine ai robot, questi rapidamente presero dall’armadietto delle siringhe contenenti un strano liquido nero che subito iniettarono nel corpo tenuto fermo dei due ragazzi che ben presto caddero a terra addormentati.

“Alex, Alex, Alex!” urlò la ragazza dando uno schiaffo al giovane per svegliarlo. “Cosa c’è? Dove siamo?” chiese lui preso di soprassalto con la voce ancora un po’ impastata dal sonno e portandosi una mano sugli occhi sfregandoli. “Siamo dietro le sbarre, guarda tu stesso, ci sono due guardie robot proprio qui davanti a sorvegliarci”, rispose lei dandogli uno schiaffetto sulla spalla e facendolo ragionare. “Oddio, dobbiamo scappare, ma come? Alethea hai qualche suggerimento?”. “Non lo so, fammi pensare”, disse lei per poi guardarsi intorno per qualche minuto. Quasi girando e rigirando su sé stessa, nessuna idea fino a quando la giovane non notò sotto ad un piccolo letto una corda e un pezzo di vetro affilato quasi nascosto nell’ombra. “Aspetta, ho un’idea ma tu stai zitto, non parlare e non fare domande”, quasi bisbigliò per poi udire un “Okay” da parte dell’amico. La giovane prese la corda e lentamente la legò al pezzo di vetro appuntito, pian piano prese le due estremità della nuova arma e, dopo aver visto le chiavi attaccate alla cintura dell’androide e aver cercato con gli occhi l’approvazione di Alex, attaccò velocemente la guardia al collo facendola cadere a terra, dopo di che lanciò la corda al compagno di viaggio che corse a ferire l’altra guardia, che attivò ,attraverso un telecomando, l’allarme, questa già pronta a sparare verso la ragazza cadde a terra grazie ad Alex. “Prese!” esclamò gioiosa per poi aprire la cella e correre via insieme al ragazzo. Non sapevano dove andare, non conoscevano bene quel posto, perciò, quando le guardie iniziarono ad essere sempre più vicine entrarono nella prima stanza che trovarono, fortunatamente seminandoli. Oddio, pensò Alex vedendo la stanza. Era enorme e grigia tappezzata da foto, immagini, disegni di progetti per esperimenti, sul pavimento vi erano delle capsule in vetro rotte contenenti alcune organi strani, probabilmente cambiati geneticamente, altre pezzi robotici, quell’armadietto della vecchia stanza sicuramente centrava qualcosa, o perlomeno il suo interno. Infine c’erano alcuni scaffali pieni di strani libri e soprattutto un grande disegno di progettazione di una specie di un’auto a propulsori volante ad alta velocità, qualcosa di straordinario, una novità per la città lunare!

“Dove si troverà, potremmo scappare con quella sarebbe un...” “Ale, guarda alla tua destra”, la interruppe il giovane. Lei si girò ed eccola lì “l’auto spaziale” messa in fondo, nel lato più buio della grande stanza. Era bianca con una striscia nera ai lati, dietro vi erano dei grandi propulsori, aveva un tettuccio in vetro e vi erano due posti per due passeggeri. I due ragazzi si avvicinarono per poi guardarsi con fare di intesa. “Stiamo pensando la stessa cosa vero?” risero i due. “Alex, guidi tu”, disse lei scherzando. “Divertente, Ale”, replicò lui. “Ho sentito delle voci” “Forse sono da questa parte, muovetevi”, dicevano le voci delle guardie, si stavano avvicinando e loro dovevano muoversi altrimenti non ce l’avrebbero fatta e probabilmente sarebbero diventati cavie da laboratorio. Il tempo stringeva ma c’era solo un modo per scappare: trovare le chiavi dell’auto spaziale. “Cerca tra quei fogli a terra, io cerco qui vicino all’auto! Dobbiamo trovare le chiavi!”, intimò il ragazzo iniziando a cercare. Nel mentre la compagna trovò un foglio mostrante la progettazione di alcuni androidi con lo stesso scopo di Noah, pensando al moro le scese una lacrima ricordando i migliori e i peggiori momenti passati insieme, tutta una bugia così bella ed immensa. “Ehi! Credo di aver trovato qualcosa!”, disse Alex con enfasi. “Le chiavi?” “Credo siano incastrate dentro questa capsula, aiutami” “Eccomi, dammi il contenitore di vetro, ora cerco di tirarle fuori”. Intanto le voci si avvicinavano sempre di più ma le chiavi non riuscivano ad uscire, erano incastrate perfettamente in modo orizzontale. “Forza Ale, si stanno avvicinando!” “E tu parla a bassa voce, dannazione!” “Li ho sentiti, di qua! DA QUESTA PARTE!”. Ben presto le guardie iniziarono a scalciare la porta. “CHIUDI CHIUDI!” urlò lei, e allora il ragazzo corse subito a bloccare faticosamente la porta trascinando gli scaffali in ferro. “Non durerà molto la cosa! Muoviti!” “Zitto!” gridò Alethea presa dall’ansia e sforzandosi nel tirar fuori le chiavi. I robot guardia, dopo vani tentativi per entrare, iniziarono a sparare con il famoso lanciafiamme alla porta distruggendola, scaffali compresi. “Oddio!” disse Alex avvicinandosi all’auto. A quel punto la ragazza perse le speranze e quindi decise di ritirare la mano dalla mini capsula e buttarla a terra per romperla, ma appena fece indietro la mano questa non vi uscì incastrandosi con le chiavi argentee. “Maledizione!” a quel punto scontrò violentemente il braccio con attaccato il contenitore contro il muro, rompendo il vetro e riducendolo in mille frammenti, tutto ciò tagliandosi la mano da cui iniziò a fuoriuscire sangue. Per il dolore e il bruciore Alethea quasi si piegò avendo anche alcuni pezzi di cristallo conficcati nella carne, ma dovette sopportare il tutto, correndo all’interno dell’auto e accendendola. “Fermi!”: le guardie irruppero nella stanza a pistola puntata, pronti a sparare, se non fosse che il tettuccio della navetta si chiuse subito impedendo di far oltrepassare le pallottole in mercurio. “FORZA, FORZA!”, Alex incitò la compagna nell’azionare la navetta, cosa che fece ma con scarsi risultati, da questa si sentiva solo il rumore del motore ma rimaneva ferma. Le guardie intanto circondarono i due ragazzi cercando di aprire il tettuccio, urlavano, scalciavano, battevano aggressivamente le mani e le armi sul vetro, facevano di tutto per fargli abbandonare la vettura, e pian piano la cosa diventava quasi soffocante, migliaia di guardie robot che ti circondano e urlano piene di collera. L’auto spaziale non ne voleva sapere di accendersi fino a quando, dopo l’ennesimo tentativo e con un po’ di calma, presa chissà dove, si accese alzandosi in volo provocando un fortissimo vento, talmente potente da far sbattere al muro tutte le guardie per poi farle cadere a terra; si aprì un buco sul tetto che permetteva l’uscita dell’auto spaziale, nel mentre alcuni robot cercavano invano di saltare per raggiungere il veicolo.

Appena usciti a tutta velocità, si ritrovarono su di una passerella che conduceva verso il suolo, accanto a questa vi era un cartello chhe diceva “PRENDERE VELOCITA’ DI ALMENO 800H”. “800h, wow!” enfatizzò Alethea cercando lo sguardo d’approvazione di Alex che le fece un cenno col capo per partire, lei si limitò a rispondergli con un “Okay” quasi sussurrato. Allora Alethea prese la velocità giusta, si mise perfettamente sulla pista per poi correre a tutta velocità, a 800h verso chissà dove. “Dove andiamo?!” “Non ne ho idea Ale, stiamo andando troppo veloci ci schianteremo!” “Non se ci sono io al comando!” disse piena di sé la ragazza, così convinta da passare ai 1000h, con lo sguardo pieno di paura e confusione del compagno, tutti e due inconsapevoli di quello che stava per accadere. Ad un certo punto la ragazza perse il controllo della navetta che continuava ad andare dritto a tutta velocità verso l’ignoto, questa cominciò pian piano ad aumentare di velocità convincendo ufficialmente i due protagonisti che sarebbero morti. Erano convinti che sarebbe stata la fine, in effetti non vi erano scappatoie oltre alla morte, forse sarebbe stata quella la loro via di fuga dalla Luna, tutto ciò finché per la velocità assurda non si aprì un varco, un buco nero che li risucchiò immediatamente.

Vennero subito catapultati su di un pianeta che chiunque avrebbe riconosciuto: la Terra. Ma non era il pianeta conosciuto da tutti, era grigio, non vi erano alberi, vegetazione, acqua o animali, tantomeno l’uomo, c’erano solo scorie radioattive e rifiuti, spazzatura di ogni genere che emanava una puzza insopportabile e per di più faceva caldissimo, così caldo che i nostri due ragazzi si dovettero spogliare delle tute nere. Scesero dal veicolo e, non l’avessero mai fatto, caddero subito a terra in preda al dolore che provocava il suolo così caldo da ustionare gravemente la pelle dei due, quasi logorandola. Alex e Alethea urlavano, si dimenavano e piangevano dal dolore causato dal calore di quel pianeta, così distrutto da diventare come una palla di fuoco ardente. “Alex”, chiamò la ragazza ma non ci fu risposta. Il suo compagno di viaggio era appena morto dal dolore, logorato e pieno d’ustioni. Anche lei stava morendo, troppo sofferente, e negli ultimi minuti di vita, quando oramai mancava poco, pensò almeno siamo stati gli unici ad essere andati oltre la Luna, ce l’abbiamo fatta ragazzi! E si ricordò di tutti i momenti vissuti insieme a i tre, pensando anche di essere stupida per aver contribuito a quella “missione” così idiota da un punto di vista, ma dall’altro ella era felice perché ce l’avevano fatta: sono andati verso l’ignoto, oltre i confini mai sorpassati, oltre la Luna. E detto questo chiuse gli occhi oramai quasi sciolti dal caldo, ma sulle sue labbra: un sorriso.



Jasmine Lombardi - Istituto Comprensivo “Maria Montessori”, Terracina (LT)

Menzione speciale al Premio A.A. Fantascienza Cercasi 2019 riservato agli studenti delle scuole medie di tutta Italia.



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