Meminisse iuvabit

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Il 25 maggio a Taormina, dove viveva e lavorava nella sua agenzia editoriale, è andato via Sergio Claudio Perroni, editor, traduttore di narrativa inglese e francese, scrittore dalla penna lieve e profonda ad un tempo. “È andato via” è una metafora, banale come tante altre, cui far ricorso quando le parole non bastano a raccontare il gesto più privato possibile, degno soltanto di rispettoso silenzio e invece inevitabilmente destinato ad essere oggetto di inutili commenti.




Un uomo – prima che un professionista di spessore – abituato ad essere attorniato dalle parole, ad avere anzi le parole come pane quotidiano, sceglie di non dire nulla, di uscire al mattino per andare verso il mare; in tasca la sua pistola, in mano il suo quotidiano preferito. Una timida notizia letta di sfuggita la stessa mattina su uno dei social che ormai sono la nostra quotidianità, lo stupore attonito l’unica reazione possibile. Poi un lungo silenzio ovunque. Allora forse non è vero. Forse è una delle tante bufale del web. A sera cominciano ad apparire timidi post con saluti di amici, pensieri di persone che lo hanno conosciuto personalmente o hanno diviso un breve percorso di lavoro, di lettori che lo hanno incontrato tra le parole dei suoi libri. Dapprima un anomalo silenzio degli “addetti ai lavori”. Come accade sempre in questi casi, le notizie si inseguono, le voci si sovrappongono.

Un biglietto lasciato che allude ad una malattia, ma no, nessuna malattia!, ostracismo vero o presunto dell’ambiente editoriale, un carattere duro, spigoloso, che non incontrava troppe simpatie. E poi i ricordi personali, che spesso finiscono per sovrapporsi più o meno consapevolmente all’immagine di colui che si voleva celebrare. Per Mangialibri ho letto i suoi libri e ho scoperto una di quelle “persone che mettono voglia di sottolinearle, di tirare una riga sotto le cose che dicono”, come ha scritto lui stesso in un suo libro e come possono testimoniare le pagine che ogni tanto torno a sfogliare; e ho incontrato anche uno di quegli autori che scriveva “per un’esigenza interiore, non a scopo pedagogico” o per generosità, come ci ha raccontato in una bella intervista, nella quale ha parlato brevemente ma con convinzione anche dell’importanza della traduzione per imparare ad usare con consapevolezza le parole della propria lingua.

“In definitiva, le parole sono tutto quello che abbiamo, perciò è meglio che siano quelle giuste”, scriveva Raymond Carver. Sergio Claudio Perroni aveva certamente quelle giuste. Forse non gli sono bastate, non lo sappiamo. A noi non compete fare domande, cercare di capire. Soltanto accettare che, per usare ancora le sue parole, “la luce va via, va a farsi luce in un altro buio”. Perché, allora, questo breve pensiero, fatto decantare per qualche giorno per temperarne l’amarezza? Soltanto per salutare, noi che ci occupiamo di libri, una persona gentile, disponibile, incontrata proprio grazie ai suoi libri. E anche perché – per citare ancora – “Certe cose andrebbero dette, dette sempre, dette comunque, andrebbero detti i dolori per farsene meno paura, le paure per farsene ferire meno, le ferite per farle sanguinare meno, certe cose andrebbero dette anche se non c’è nessuno a sentire, nessuno a capire, […] per aggirarle, per disinnescarle, per non lasciarle marcire dentro”. E che lieve ti sia la terra.



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