Walk this way

“Cercare di capire quali differenze contraddistinguono la subcultura hip hop che si è sviluppata in Italia da quella nata oltreoceano”: questo il motivo principale per la scrittura dell’ennesimo libro sul rap italiano. Diverso da altri ormai diventati classici, come quello di Damir Ivic di qualche anno fa, questo breve saggio del giornalista Nigrisoli parte con un’analisi storica delle principali subculture (musicali e non) che si sono succedute nell’ultimo secolo, passando da quelle inglesi come teddy boys, mods, punk e arrivando a quelle italiane: i metallari, i punx (da non confondere con i punk, i punx prediligevano ascolti più vicini all’hardcore), i dark, i paninari (unica subcultura nata al 100% in Italia e non derivativa da input esterofili) e finendo ovviamente a parlare di hip hop. La madre delle culture musicali occidentali di strada nasce nel Bronx e si basa sulle famose quattro discipline: MCing (il rapping vero e proprio), DJing con lo scratching e gli altri effetti del mix di vinili, writing cioè la graffiti arti e breaking , cioè il ballo. Dall’America, dove il genere ha come fine la ricerca del successo a tutti i costi, all’Italia del “muretto”, delle posse e dei centri sociali: sono questi i luoghi in cui si diffonde in prima battuta il rap cantato e pensato nell’idioma italico. La differenza principale con la musica statunitense risiede quindi nei luoghi di produzione e nelle finalità dell’operazione. Ciò almeno per quanto compete la fase underground della faccenda. Dopo qualche decennio il genere – come sappiamo bene tutti – troverà nel commerciale/commerciabile la sua ragion d’essere pure qui da noi...

Il libro di Nigrisoli parla senza troppi fronzoli di un genere ormai diventato pane quotidiano di migliaia di appassionati italiani. Il rap “de noantri” viene analizzato dal punto di vista sociologico; l’autore cerca di isolare i movimenti sociali che stanno dietro all’hip hop italiano, considerandolo una vera e propria subcultura, capace di interpretare in modo originale il reale e di esprimere delle poetiche originali. Senza addentrarsi in analisi troppo accademiche o approfondite (comunque con un adeguato corredo di riferimenti), il saggio riesce in poco meno di centocinquanta pagine a fornire un quadro di riferimento che dettaglia la storia delle origini del rap italiano e analizza la produzione più significativa dal punto di vista delle interazioni culturali, andando a fare critica anche sugli apparati iconografici che accompagnano le musiche e i testi e analizzando altresì del differenze con il rap europeo. In coda preziose interviste a tre protagonisti dell’old school italiana: Ice One, Militant A e Pol G degli Assalti Frontali e Rula degli ATPC. Un buon punto di partenza.



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