Voragine

Giovanni e il fratello hanno rispettivamente cinque e sette anni quando si trasferiscono nella nuova casa con il padre. Il nonno è morto e i figli si sono spartiti le sue cose: a loro padre è toccata la piccola casa, poco più di una baracca “tra una ferrovia morta e le mura di un acquedotto romano”. Qui vivono in estrema povertà una vita dura come quella di animali selvaggi, nel freddo e nella solitudine. Il padre “magro e lungo come un palo conficcato nell’erba”, vestito sempre con i pantaloni con le strisce catarifrangenti di quando lavorava nei cantieri, guadagna qualche soldo facendo il custode ad uno sfascio poco lontano e passa ore ed ore a costruire ossessivamente con tubi di ferro e pezzi di lamiera una specie di scultura gigantesca. Il fratello è malato, sempre più debole, perde sangue e gli cadono i denti. Giovanni suggerisce al padre di portarlo all’ospedale, ma lui risponde laconico che non serve. Lo chiama solo quando il fratello muore, “il dottore arriva e dice che il fratello è morto”. Al funerale il padre indossa il vestito del matrimonio, ma ormai gli va largo, “sembra un buffone o un pazzo o un menagramo”. Giovanni invece porta una giacca prestata da una vicina, le maniche gli arrivano quasi alle nocche. Passano dieci anni. Il padre è ormai una specie di animale senza ragione: il corpo scheletrico e l’addome gonfio, “gira nudo per casa fino all’inverno più scuro” e parla pochissimo. Giovanni è cresciuto. Ha smesso di andare a scuola, lavora allo sfascio al posto del padre che non ci sta più con la testa e passa ore vagando per discariche o andando a bere in una casupola vicina, dove un uomo ha creato una specie di osteria clandestina. Sempre più spesso tra lui e il padre scoppiano risse brevi ma furiose…

L’Apocalisse di questo Giovanni così diverso dall’apostolo esiliato a Patmo si dipana per le strade di una Roma che non è Roma, ma il simulacro scarnificato di una periferia universale, quasi l’idea platonica della periferia di una grande città contemporanea. Allo stesso modo parte da un afflato quasi neorealista il romanzo d’esordio di Andrea Esposito, finalista della XXX edizione del Premio Calvino, ma ben presto il realismo diventa iperrealismo, si muta in un simbolismo che però non ha senso e non ha messaggio. È una canzone di solitudine ferina la colonna sonora di Voragine, che accompagna la discesa agli inferi del protagonista e del mondo attorno a lui. Ti sembrava di essere al cinema a guardare Accattone e ti ritrovi a guardare The Road, credevi di trovarti al Mandrione e ti ritrovi in una città in macerie, freddissima, percorsa da sparuti, spietati sopravvissuti ridotti a dare la caccia ai topi o a mangiare zolle di terra, con la luce del sole che “resiste ormai solo poche ore” e poi scompare in una nebbia sporca e buia mentre dal cielo piovono i cadaveri degli uccelli. In lontananza si odono rombi di esplosioni e abbaiare di cani e Giovanni cammina in un mondo che somiglia sempre di più a quello della sua infanzia, al suo mondo interiore. Esposito ci regala un romanzo cupo e magnifico, doloroso come una ferita e disperato come un’agonia. Più che a raccontare una storia in senso canonico sembra interessato a descrivere il rumore che sta attorno al silenzio, l’anello di luce che definisce il buco nero – per sottrazione. E a ridefinire il concetto stesso di umanità, la natura profonda e vera di un uomo che “oscilla sempre tra bestia e cosa. Quando mangia è una bestia e quando costruisce è una cosa”.



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