Vietato calpestare le rovine

La polizia politica li ha portati lì, dopo interrogatori e torture, su quell’isola dove la nebbia avvolge tutto e penetra in ogni fessura dei cameroni del carcere. Sulla terraferma la guerra continua, la dittatura prospera. Le loro famiglie li credono morti. Possono muoversi liberamente sull’isola, ma non possono fuggire… Tripoli. Un’oasi nel deserto. Nella piccola scuola del villaggio sta per iniziare la lezione del vecchio maestro Omar al-Mukthar. I bambini prendono posto sul grande tappeto. Riecheggiano degli spari. Una donna corre ad avvertire il maestro: “Sono venuti a prenderti”. Davanti alla sua casa, un plotone di soldati del Regio esercito italiano lo attende… Un cadavere galleggia sull’acqua, gli occhi aperti, sulla pelle i segni inequivocabili della peste. Le porte della città di Norwich si chiudono di fronte alla monaca Susan di Attleborough, venuta per scrivere la biografia di Giuliana, la teologa. Quest’ultima ha disposto che detterà la sua vita soltanto a una donna… Emma sale sul 64 che galleggia nel piazzale della vecchia stazione Termini. Per la prima volta ha smesso di piovere dopo quattro anni, ma il cielo è grigio. Il bus si fa strada tra le bancarelle galleggianti, attraversa il canale che un tempo era Via Nazionale. Emma non ha più notizie del suo uomo, Angelo, ergastolano a Rebibbia. Proprio ora che la gravidanza è quasi al termine, la bambina ha tre giri di cordone attorno al collo. Tutti i detenuti sono stati trasferiti su una nave nel mare di Ostia. Qualcuno è riuscito a fuggire, dicono… Lisboa. La foto posta sul loculo di Emidio Santana risale al 25 aprile 1974, giorno della Liberazione e giorno in cui Emidio era uscito dal carcere politico di Peniche. Vi era stato rinchiuso per aver messo una bomba nella cappella privata di Salazar. Poi aveva conosciuto Leontina su una panchina del Miradouro di Santa Luzia. Avevano iniziato a parlare, la donna mangiava un gelato. Ora Leontina osserva il loculo sigillato di Emidio, un garofano rosso in mano…

Il perentorio divieto che dà il titolo alla seconda prova letteraria di Andrea Appetito proviene da un cartello che l’autore ha dichiarato in un’intervista di aver incontrato nel 2012 in quel di Cinecittà. Da quelle poche parole impresse nella mente è nata l’ispirazione per i racconti che compongono Vietato calpestare le rovine. La premessa, si legge in quarta di copertina, è che “un mondo è esploso. Il nostro”. Premessa che ci invita a figurare ogni racconto – ogni “rovina” – come un frammento, una particella impazzita di un mondo in caduta libera, slegata dalle altre eppure sottoposta ad un’attrazione costante verso il tutto. Rovine della civiltà, fratture della Storia, errori che continuano a ripetersi e a demolire, oggi come nel passato. Ma anche rovine personali, intime (in Damasco, il poeta Kamil si ritroverà significativamente “solo, tra le sue rovine”) rivestite di perdita, attesa, muta agonia. Tasselli di una stasi monumentale ma anche fragilissima, che l’autore offre al gioco della lettura e dell’interpretazione. Una narrazione, quella di Appetito, immaginifica e incisiva, che dalla prima prova di Tomàs è cresciuta, ha acquisito respiro, scioltezza e varietà senza però rinunciare alle sue caratteristiche distintive di paratassi, pulizia ed essenzialità, filo conduttore di questa variegata raccolta in cui punti di vista, geografia reale e fantastica, passato e presente si giustappongono. Si va da una misteriosa isola avvolta nella nebbia al deserto di Tripoli, anno 1931; dai ghiacci di San Pietroburgo alle brevi notti di Tampere; dalle porte di una cittadella medioevale ad un esclusivo rifugio che tratta carni molto, molto speciali. Appetito immagina, suggerisce, sprona il lettore a riflettere sul vero significato di quel cartello che nella raccolta troverà nuova, emblematica collocazione in una Città Eterna plumbea e sommersa. Ogni racconto, più disteso, breve o brevissimo – come i due che aprono e chiudono la raccolta, a loro volta cinti dalle suggestive illustrazioni di Giancarlo Savino – si colloca in uno spazio grigio tra realismo e visione, concretezza e simbolo, ogni frammento va alla deriva e giunge al lettore come un piccolo messaggio in bottiglia da decifrare. Racconta di ciò che è stato, di ciò che non c’è più. Di ciò che, forse, è ancora possibile salvare scavando tra le rovine. Resti di vera umanità, tenaci, anche se spesso quasi invisibili all’occhio. Per imparare a sopravvivere, come i protagonisti de L’Isola delle nebbie, anche quando si stenta a ritrovare la luce.

 


 

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