Venti di protesta

Venti di protesta

In ripetute occasioni ed in concomitanza con importanti manifestazioni di protesta in America e nel mondo, Noam Chomsky viene intervistato dal giornalista radiofonico statunitense David Barsamian e, mentre risponde su importati questioni di politica, non tralascia di citare eventi della propria adolescenza di figlio di immigrati ebrei in America. Così, afferma senza giri di parole di essere essenzialmente un anarchico e di aver derivato questa linea di pensiero dalle frequentazioni avute durante l’adolescenza a New York. Erano gli anni Trenta, racconta Chomsky, ed aveva preso l’abitudine di andare in treno da Filadelfia a New York per raggiungere alcuni parenti che vivevano lì nei pressi di Union Square. La piazza all’epoca era piuttosto sporca ma lungo il perimetro della stessa si affacciavano locali frequentati da anarchici interessantissimi per il giovane studioso. Proprio sulla piazza c’era anche la redazione di un giornale: il “Freie Arbeiter Stimme”, che pubblicava articoli in yiddish. Altro luogo frequentato dal futuro filosofo era la “Fourth Avenue”, zona all’epoca non troppo chic, sulla quale si aprivano dei negozietti uno in fila all’altro, tra i quali c’erano delle librerie di seconda mano gestite da immigrati. Si trattava in larga parte di profughi della guerra civile spagnola, anarchici fuggiti dopo la sconfitta della rivoluzione, nel 1936. Agli occhi del giovane sembravano avere cent’anni, mentre, con tutta probabilità, si trattava di persone di circa trenta anni sfuggite alla guerra in Europa che avevano una gran voglia di raccontare le rispettive avventure. Possedevano tantissimi libri di vario genere. Chomsky non aveva molti soldi, ma trattandosi di libri usati in versione economica ne fece una bella raccolta. Anche nella città dove abitava, Filadelfia, il giovane è stato attratto da idee radicali. Si recava spesso in biblioteca e curiosava leggendo, già da allora, opere di autori poco allineati…

Venti di protesta contiene dodici interviste che Noam Chomsky ha rilasciato al giornalista David Barsamian in vari momenti nel corso degli ultimi dieci anni e rappresenta un utilissimo strumento per capire le dinamiche della contemporaneità visto che si conclude con uno scambio di risposte inoltrate dallo studioso al giornalista, via mail, il 20 giugno 2017. Non solo discorsi politici, non solo tentativi di comprendere le ragioni del tramonto delle ideologie tradizionali quanto una summa importante di concetti chiarificatori in ordine all’effettiva gestione del potere globale. Agli interrogativi di Barsamian, diretti e privi di circonlocuzioni, sulla crisi delle democrazie in Europa e sulle reali cause di quello che il giornalista definisce “sadismo” sociale, Chomsky risponde pacatamente che il comune denominatore delle politiche mondiali è quello di rendere più ricchi coloro che già lo sono, annientando l’altruità dell’azione politica. È questo uno punti più acuti del libro, il bandolo della matassa che consente al lettore di orientarsi sulle reali ragioni di scelte politiche, attuate anche in Europa e nel nostro paese che hanno condotto a rilevanti limitazioni dei benefici del cosiddetto “stato sociale”. Ebbene, se ad un occhio superficiale appaiono e scelte retrograde e autoritarie, in realtà Chomsky, con le sue battute caustiche e il suo linguaggio ridotto all’essenziale, ci fa comprendere che si tratta di dare applicazione concreta ad una nuova ideologia: il “libertarismo”. Si tratterebbe di una corrente di pensiero, molto diffusa tra le destre conservatrici americane che oltrepassa il liberismo e pone le dinamiche di mercato come uniche forze regolatrici delle funzioni statali tradizionali come la giustizia e la sanità. Non solo, ma di intervista in intervista attraverso la lettura di questo importante scritto si comprendono le ragioni di tante scelte erronee del democratico Obama, le reali motivazioni di talune leggi in vigore nei singoli stati americani in contrasto con la costituzione federale, le ragioni delle gravi limitazioni che i giornalisti subiscono in Turchia; non solo, si colgono anche le riflessioni di un grande pensatore in ordine al governo europeo e all’uscita dall’unione della Gran Bretagna. Il coraggio non manca allo studioso neppure quando si tratta di affrontare i temi legati alla propria identità ebraica. Anche rispetto alle scelte dell’attuale governo israeliano la voce di Chomsky si leva alta e forte nell’affermare che le scelte attuali dei politici al governo d’Israele sono analoghe a quelle compiute in passato in Sudafrica. Una politica di segregazione in danno dei palestinesi compiuta sotto gli occhi e nell’indifferenza del mondo intero. Una lettura pregevole sotto tutti i punti di vista, che guida il lettore verso la concretezza e lo conduce ad una corretta comprensione delle scelte economiche fatte in Europa negli ultimi dieci anni, che osa definire senza mezzi termini il governo francese “razzista” per come interviene nei riguardi dei residenti nordafricani, rinchiusi nelle banlieue, che elimina ogni retorica e restituisce al lettore il potere della conoscenza. Ricchissimo e degno di nota il corredo bibliografico dello scritto utile anche a chi intende approfondire gli eventi e le circostanze di talune interviste nonché esaminare l’intera produzione saggistica dello studioso americano.



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