Vacche amiche

Vacche amiche
Alla fine del 2014, mentre tutti si preparano a scavallare l’anno in compagnia, il solitario scrittore Aldo Busi ragiona sul partire per Davos, in Svizzera, e su molte altre cose. “Dicono che la solitudine sia una scelta di vita: balle. Balle più una rottura di balle. (…) Il ritrovarsi da soli è una condizione politica mascherata da scelta o da sorte individuale ed è la rottura di palle definitiva”. Perché se da una parte è il risultato di selezione naturale tra individui dalla morale e dagli interessi diversi, dall’altro può essere frutto di invidia, ipocrisia, delusione atroce. Come quella che Busi ha provato nei confronti di tre donne molto differenti tra loro, un tempo amiche care con cui viaggiava, discuteva, si confrontava e che ora riesuma per raccontare come può accadere che anche un’amicizia affettuosa finisca. Perché si può vivere senza amanti, amori, figli e parenti, ma non si può vivere senza amici…
In quest’ultima opera di Aldo Busi, scrittore lombardo nato alla fine degli anni Quaranta, sono presenti diversi temi della sua poetica e un filo rosso che lo ricongiunge al suo primo, indimenticabile romanzo Seminario sulla gioventù. Per esempio c’è la resistenza alla cultura cattolica e ai sacerdoti del culto come del resto ai fedeli discepoli praticanti; c’è il disprezzo per gli italiani sempre pronti alla “fiaccolata di solidarietà” per i palestinesi o per gli ebrei (più spesso per i palestinesi) e mai attenti a scendere in piazza contro la mafia che ammazza in tutta Italia, i politici che lucrano sui posti letto per i migranti rifugiati o per pretendere una legge elettorale più dignitosa di quella attuale. E c’è un’interessante lezione di letteratura – narrativamente risolta con una risposta all’email di una dottoranda che sta scrivendo sulla ricezione di Marcel Proust – che ribadisce il fastidio esercitato dai personaggi proustiani (così come da quelli di molti altri autori del passato e contemporanei) che mai si apprende come facciano a essere tanto ricchi: “(…) alla fine stuccano tutti quanti, poiché sfuggono a quella regola sottaciuta nelle unità aristoteliche, la parsimonia, ovvero la tragedia per sottrazione”. Benché rispetto agli scritti del passato si noti anche una minore veemenza, quasi un allegro distacco che piega la voce di Busi a uno stile più semplice e riconciliato anche col dolore, è proprio l’accettazione del dolore che passa e si dimentica dall’altra parte del filo. Una grassa consolazione.

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