Trieste selvatica

Trieste selvatica
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Sei in cima al Molo Audace. Per inciso, il molo, prima del fascismo si chiamava San Carlo, dal nome della nave che qui affondò nel Settecento e sopra la quale fu costruito il primo basamento. Un altro passo e finiresti in mare. Volta le spalle all’acqua e guarda. Cosa vedi? Trieste si solleva come una lingua che entra in un palato: la bocca spalancata del nord. Tu, appeso alla rosa dei venti, stai sulla punta e per conoscerla dovrai lasciarti ingoiare. Lascia spaziare lo sguardo. Il Porto Vecchio, Piazza Unità, il Caffè degli Specchi, in lontananza il castello di Miramare, dimora di Massimiliano d’Asburgo e poi, in alto, il santuario mariano di Monte Grisa: una M di Madonna visibile da ogni punto ma che i triestini snobbano e detestano, buono però per vedere la Barcolana dall’alto. Eccola lì, a pochi passi da te, la Trieste che si conosce a vista, quella di Joyce, di Saba, dei caffè dai nomi strani, quella della bora che sposta le case, delle regate e delle mezze maratone per molti ma non per tutti. Ma sei sicuro che sia tutto lì? Alza lo sguardo al monte Hermada, al Carso, a ciò che sta sopra. E poi muovi il primo passo. Attraversa la città guardando i dettagli. I vicoli, gli angoli. Annusa gli odori, conosci le loro storie e soprattutto cammina fino alle rocce taglienti del Carso e arriva alle doline. Perché Trieste solo alla fine è città di mare. Ma sin dal principio, soprattutto, è quella famosa lingua che esce dalla bocca del nord. La sua storia arriva dalla terra che la circonda. Per impararla, per sentirla sotto ai piedi, bisogna salire lassù. Fare un passo oltre quella soglia. Poggiare l’orecchio a terra e ascoltare il suono dei passi di chi lassù vi ha camminato, spargendovi il proprio sangue. Soldati, viandanti, pellegrini, migranti. Siamo a un confine certo. Ma i confini non hanno spessori e sono fatti per essere attraversati…

Per un viandante quale è Luigi Nacci un libro come questo può si può forse considerare come un punto d’arrivo, una tappa importante della propria vita in cammino. Riuscire, in un sunto, a dare un corpo e un’anima letteraria al luogo dove si è nati significa guardare lontano, talmente lontano da poter poi scorgere la verità delle cose che ci circondano, che ci sono vicine, ma non solo. Significa anche essere in grado di raccontarle, che siano visibili e fruibili anche per gli altri. Così è per la sua Trieste. Crogiolo, porta, confine, limite, inizio, fine, mescolanza, memoria, separazione. Il problema non è darle una definizione, ma conoscerla veramente. Come poterlo fare? Camminando, non solo dentro la città, ma fuori dai suoi confini, lassù dove le pietre carsiche incontrano il cielo, incontrando la letteratura che dà voce al passato, mettendo il dito nelle ferite ricevute; seguendo i passi di chi sa dove portarti. E non importa se ti perderai. Anzi, meglio così. Avrai modo di incontrare chi ti condurrà in luoghi che non sei mai stato, magari a due passi da dove sei solito passare. Un libro come quello di Luigi Nacci, già autore di saggi sul tema della “viandanza”, è una specie di benedizione. Perché ti costringe, con grazia e acume, a osservare i luoghi, ad ascoltare le storie di chi vi abita o vi ha abitato. Che l’Adriatico lo si voglia considerare un mare o un grande canale, la città di Trieste ha bisogno di molti punti d’osservazione, che non siano solo quelli vicini al molo. Triste è selvatica, prima di tutto. E la interessantissima chiacchierata, perché di questo si tratta, tra noi e Luigi Nacci è davvero un punto d’osservazione privilegiato. Leggetelo. Fatelo dove volete voi, seduti in uno dei caffè del centro, o al tavolo di una piccola osteria sul Carso. Ma poi uscite e mettetevi in cammino. Seguite i passi di chi conosce i sentieri e ascoltate le storie da quanti sapranno raccontarvi la vera anima del luogo in cui vi trovate.



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