In tempi di luce declinante

Una diagnosi di cancro incurabile, un padre demente, un figlio che lo disprezza. Sono i pesi che zavorrano il bagaglio con cui  Alexander si prepara ad un viaggio verso il Messico, sulle orme di sua nonna Charlotte e del secondo marito di lei, Wilhelm (che lui non ha mai chiamato nonno), che hanno trascorso in quella terra un periodo di “esilio politico” camuffato da cariche onorifiche attribuite a Wilhelm dall’URSS, per i cui interessi ha lavorato con lo zelo di un fervido credente sin dal 1919, anno in cui è stato uno dei fondatori del Partito Comunista tedesco. Nel 1952 la coppia ed il figlio di lei, Kurt, intraprendono sull’onda di una sopravvenuta “riabilitazione” il viaggio di ritorno verso quella che si avvia a diventare la DDR, con un incarico dirigenziale per lei e nuove cariche formali per lui…
Quasi tutti i personaggi del libro declinano in qualche modo due temi principali,  l’esilio e la fede: oltre a Wilhelm e Charlotte - con la loro assoluta fede nel Partito - ci sono Kurt, che nonostante abbia trascorso 10 anni in un gulag per una leggerezza giovanile e sia stato poi condannato “all’esilio perpetuo” mantiene intatta la propria fede in un “socialismo migliore”; Irina, sua moglie, che lo segue in Germania auto esiliandosi, tagliando i ponti col paese russo di 6 case e 1 bottega da cui proviene e con la rozzezza contadina di sua madre, Nadyeshda Ivanova; la stessa Nadyeshda in vecchiaia verrà sradicata e sarà costretta vivere in un paese di cui non capisce la lingua, chiusa in un proprio mondo di ricordi incomunicabili, fedele ai suoi principi incomprensibili a tutti, avvinghiata al proprio amore per Alexander e suo figlio Markus. Alexander invece per paura di finire schiacciato sotto le macerie dell’impero in disfacimento, fugge all’ovest e vivrà preda di un’altalenante “Östalgie”. In una sorta di grottesca parafrasi dell’enunciato tolstojiano secondo cui “ogni famiglia infelice è disgraziata a modo suo”, Ruge sciorina con rara maestria 50 anni di miserie, tradimenti, piccoli e grandi compromessi, meschinità, odi e idiosincrasie che costituiscono l’arco iridato delle infelicità degli Umnitzer. Contrariamente a quanto accade in molti romanzi ambientati dietro la Cortina di ferro, qui non è il grigio il colore dominante, ma i colori, gli odori, i suoni sono segni vitali che scandiscono il dispiegarsi di personaggi che vivono a diverse altezze della “scala gerarchica” del Partito e non ne sembrano mai realmente schiacciati, hanno individualità forti, personalità che bucano la pagina accompagnando Alexander nel suo viaggio in bilico tra passato e presente, tra memoria bibliografica e memoria  sensoriale. Il piccolo funzionario di partito, il tassista messicano, le turiste svizzere, il misterioso primo marito di Charlotte, la nonna di Irina e le sue tre figlie, sono caratteri niente affatto secondari, occupano ciascuno uno spazio definito nel proprio tempo e in quello di Alexander.

 

 

 

 
 
 
 
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