Su e giù per le scale

Su e giù per le scale
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Monica Dickens è una signorina della buona borghesia londinese, ha l’opportunità di viaggiare come molte fanciulle del suo ceto e di guardarsi intorno per decidere come trasformare la propria vita in un capolavoro. Sceglie una scuola di recitazione, ma dalle prime uscite sulla scena è evidente a tutti, se stessa inclusa, che calcare palcoscenici non è nel suo karma. Ripiega per un po’ sull’ozio mondano, tastandone con mano la vacuità e il conseguente senso di vuoto. In preda all’inedia da appagamento economico garantito, decide di trovare un lavoro vero, rispolverando vecchie competenze culinarie acquisite a Parigi durante un corso di cucina. Con grande stupore della famiglia annuncia in pompa magna di voler diventare cuoca. I genitori accolgono questa esternazione come un’altra delle sue originali boutade; Monica invece è decisa e con l’aiuto di un’agenzia ad hoc si avvia al mestiere. L’esordio avviene a casa della signorina Cattermole: Monica deve preparare un pranzo per ben dieci persone. È nel panico, compulsa ricettari, non ha idea di come si cucini il menu richiesto, in verità assai elaborato. Si è spacciata per una cuoca professionista pur essendo a digiuno di qualsiasi esperienza pratica. Piroetta istericamente tra forno e padelle cercando di cuocere in contemporanea un fagiano, un rombo e un cocktail d’aragosta; riesce a portare le pietanze miracolosamente in tavola coprendo con salse varie le magagne di cottura perché non si senta qua e là il retrogusto di bruciato. Per quanto sia chiaro che nemmeno fare la cuoca è nel suo karma, Monica tuttavia non demorde e tra un fallimento è l’altro passa di casa in casa bruciando biscotti e ammosciando soufflé…

Su e giù per le scale, memoir spassoso (ma solo a tratti) pubblicato la prima volta nel 1939, racconta le disavventure di Monica Dickens, pronipote del ben più blasonato omonimo Charles, giornalista e scrittrice. Lo stile è ciarliero, spigliato, ma le memorie non attirano per via di una trama assolutamente deficitaria, priva di passaggi narrativi fondamentali a creare l’aspettativa che il racconto evolva in una qualche direzione. Pare non vi sia nemmeno l’ombra di un’ambizione narrativa, di cui magari avremmo apprezzato anche solo un abbozzo non andato a buon fine. È il deserto, popolato da un’interminabile sequela di disastri culinari, narrati in verità con certa verve umoristica. Nulla di più. Manca l’azione, non c’è neppure un intrallazzino amoroso di quart’ordine col droghiere o il giardiniere, che perlomeno avrebbe fatto brodo, per restare in tema. I personaggi, tratteggiati appena, sono per lo più i datori di lavoro che si avvicendano al ritmo vorticoso dei licenziamenti: fatichiamo a ricordarne perfino i nomi. Potremmo accontentarci del solo humour della disastrosa protagonista, se non si rivelasse nel prosieguo una voce logorroica che dà fiato alle classiche quanto noiose lamentele da casalinga sfiancata con le caviglie gonfie e dolenti, che rincasa alla sera sfinita, senza una vita sociale e nemmeno uno straccio di sogno erotico con cui consolarsi.



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