Stato di famiglia

Stato di famiglia

Anna: la donna non riesce ad aprire gli occhi, ha paura di farlo. Non si ricorda dov’è, non sa se è sveglia o se sta dormendo. I ricordi le sono sfuggiti dalla testa, ingoiati da un blackout, fino a quando il tu-tump della lavatrice la riporta alla realtà. Come spilli, uno a uno i pensieri le tornano in testa piantandosi nel cervello e la terribile verità viene a galla accompagnata da un grido animale che le sale dal ventre, mentre il suo bambino compie l’ennesimo giro dentro la lavatrice. Tu-tump… Achille: il vecchio pensa che il limite, ora, è stato superato. Guarda dalla finestra la famiglia di suo figlio riunita per colazione attorno al tavolo del giardino. Imbraccia il fucile ed esce di casa. Apre il cancelletto che mette in comunicazione le due abitazioni e spara a suo figlio, a sua nuora e a uno dei piccoli nipoti. Risparmia la bambina: tu non c’entri, le dice gelido, poi rivolge l’arma contro di sé… Elena: la ragazza tiene in braccio la bambina, saluta sua madre, poi esce di casa mentre fuori piove a dirotto. Invece di portare la bambina dal padre che l’attende, fa una strana deviazione verso il fiume. Vuole andare in cerca dei cigni che si nascondono sulla riva: questo è ciò che dirà a sua figlia che le chiede spiegazioni. Arrivate sopra il ponte, la donna prende in braccio la sua piccola e si getta nella corrente. Non c’è nessuno a guardarle sparire tra i flutti e la prima automobile che transiterà sopra il ponte vedrà solo un ombrello spalancato e una valigia, posata a terra sul ciglio della strada…

Anna, Achille, Elena. Ma anche Roberto, Federica, Lorenzo e Lucio. Sette esistenze condannate alla tragedia, segnate da un destino terribile che le trasforma in carnefici che non guardano in faccia nessuno. Sono uomini e donne che scelgono il Male come soluzione definitiva, non come rimedio curativo. Una soluzione, però, non sempre è positiva, è una strada che non sempre porta al bene. In questi casi, soluzione significa tracciare un segno con il sangue, tirare una riga, essere definitivi e conclusivi in un modo che non ammette confronti. Alessandro Zannoni, scrittore, curatore di un corso di scrittura per ragazzi, conduttore radiofonico, decide di dare voce a sette famiglie che, a chi le guarda dalla finestra, in apparenza sono come tutte le altre. Con piccoli e quotidiani problemi, magari, ma costruite per durare mentre la realtà è ben diversa. La meccanica di questi racconti brevi è singolare. Si parte dalla fine, dal momento tragico che viene gettato in faccia al lettore senza filtri, come fosse una specie di cronaca nera con qualche piccolo orpello narrativo per poi retrocedere nel tempo, alle ore che la precedono. Con la morte già in testa, il lettore rivede e rivive il passato prossimo, entra nell’ingranaggio che si è inceppato sapendo già che non verrà aggiustato. Uno schema tanto spietato quanto efficace, anche se la ripetizione dello stesso modulo per sette volte rischia, arrivati all’ultimo racconto, di non colpire in modo duro e violento così come avviene con il primo racconto. È una questione di assuefazione e protezione. Insomma, il lettore, capito come andranno le cose, assunte le dosi precedenti, impara velocemente a proteggersi da ciò che già sa lo urterà nell’animo e nei sentimenti.



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