Speriamo per il meglio

Speriamo per il meglio

Carolina ha allattato Ivan, il suo bambino, per tutta la notte, dormendo a tratti come fa ormai da nove mesi. Aksel, il suo compagno da quattro anni, dorme nella stanza accanto. Quando è il momento di alzarsi Carro – così la chiamano i suoi amici e i suoi familiari – porta Ivan a svegliare il suo papà. È una mattina come tante altre negli ultimi mesi, ma questa mattina sarà l’inizio di una nuova vita, una nuova esistenza senza Aksel, che è morto all’improvviso nel loro letto apparentemente senza dolore, nel sonno. Tutto cambia adesso, tutto viene messo in discussione attraverso il filtro oscurato di un lutto che rende nuova e differente ogni cosa. Una lente d’ingrandimento sul loro rapporto, sul modo di essere al mondo di Carolina, sul futuro che dovrà vivere da sola e che rende evidente solo i vuoti, gli errori, le incapacità, i limiti e snocciola sensi di colpa. Gli amici e i familiari sono un appiglio, un’ancora salvavita ai quali abbandonare ogni responsabilità, ogni angustia del quotidiano. Come si supera questo baratro? Stringendosi al petto Ivan e facendolo diventare il centro assoluto dell’esistenza, lo schermo per proteggersi, per sfuggire alla sofferenza, per creare una routine che aiuti a superare i giorni, le settimane, i mesi, gli anni e il vuoto che essi portano…

La narrazione di un lutto, il suo lento dipanarsi nelle sue fasi e un narrare in parallelo il racconto del come sia nata la relazione amorosa tra i due protagonisti. Così si sviluppa la trama su due binari temporali: uno che narra gli eventi che hanno portato i due protagonisti a conoscersi e a creare una relazione e l’altro è la narrazione degli eventi successivi alla morte di Aksel. La morte improvvisa e inaspettata di un giovane uomo, di un compagno, di un padre. Il fluire narrativo segnato da date come pietre miliari di eventi fino al momento in cui il passato e il presente confluiscono nell’attimo della morte e l’inizio del grande cambiamento. L’io narrante è Carolina, che racconta tutto come una cronaca puntuale del fuori e del dentro di lei. Dentro i suoi pensieri, nelle emozioni, nelle deduzioni, nel suo entrare nei pensieri delle altre persone che vivono accanto a lei e la sostengono. Il loro punto di vista è sempre filtrato dall’io narrante, lo stesso io narrante che racconta il fuori che narra le sue percezioni e le sue sensazioni in un racconto dettagliato di ciò che avviene intorno a lei, dello spazio e dei luoghi in cui accadono gli eventi. Il bisogno assoluto di mettere a nudo ogni cosa, ogni singolo pensiero che Carolina vive, ogni meditazione, riflessione, deduzione, intuizione, tutto visto attraverso il suo filtro, il suo modo accelerato e nevrotico di vivere la realtà. Un’analisi spietata e nuda, molto cruda, senza veli di ciò che lei prova vive e sperimenta. Lei al centro di ogni relazione, lei al centro di ogni fatto, atto, bisogno e volontà. Carolina ingloba tutto e tutti e non è mai veramente sincera né libera con gli altri, attanagliata da un infinito numero di “se”, di “forse”, di “avrei dovuto”, di rancorose analisi che non fanno altro che dilatare il vuoto, l’insoddisfazione che Carolina non riesce mai a colmare, che niente e nessuno se non Ivan, riesce a riempire. Non si empatizza con lei, troppo contorta e problematica, troppo negativa e ripiegata, che fugge quando le cose sono difficili e cerca il modo di liberarsi dalle responsabilità scomode. La scrittura è frammentata in tantissimi corti pensieri, piena di interrogativi, senza fronzoli, diretta, forse a rendere semplice la lettura di quei pensieri convulsi, che si sviluppano senza sosta, come un pensiero arborescente. Una tecnica narrativa che organizza il flusso di coscienza rendendolo più fruibile e potente, ma proprio per questo sistema cumulativo di narrare il ritmo è un poco lento e la storia tende ad essere troppo chiusa e troppo ristretta all’interno di un’unica prospettiva.



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