Siddharta Rave

Siddharta Rave

Quando un amico muore inaspettatamente ci si riunisce per piangerlo con un dolore in più, quello dettato dalla rabbia. Nessuno si aspettava che Filo potesse morire in un banale incidente stradale ed è difficile farsene una ragione. Per ricordarlo non si può celebrare un funerale come gli altri; lui non approverebbe, cresciuto com’era all’insegna dell’estremo anticonformismo. Quel giorno uno dei suoi più cari amici, soprannominato Satana, si reca al lago dove da lì a poco ci saranno, in una discoteca non distante, le esequie con tutti coloro che a quel dj con velleità di filosofo volevano bene. Cosa c’è di meglio di un giro in barca sugli sci per frantumare i ricordi che quella morte ha per sempre volatilizzato. Non è solo: con lui c’è il Professore, che lo accompagna in quell’immersione momentanea verso l’oblio. Gli sci lasciano percorsi argentati sull’acqua, proprio come Filo ha segnato le loro esistenze. Ma sul pontile in quel momento di catarsi c’è una presenza inattesa. Un ragazzo. Lo stesso che poco prima Satana ha preso a schiaffi per allontanarlo dal suo “territorio”, o forse semplicemente per sfogare la sua frustrazione. Imperterrito rimane lì. In tasca un CD che porge, quasi come lasciapassare, a colui che l’ha picchiato. Sembra autorizzato ad essere in quel luogo, in quel momento. La musica si espande per la grande sala, le tende alle finestre sono state aperte per mostrare l’immensità del lago, un falò mette fine ad oggetti non più utilizzabili. Lo sconosciuto è il figlio di Filo che nessuno sembra conoscere, ma che tutti accolgono senza esitazioni, perché quel posto lasciato vacante è, di diritto, soltanto il suo…

Federico Audisio di Somma traccia con grande capacità un quadro di quello che eravamo e di quello che siamo. Sid si ritrova in un mondo anacronistico, lontano soltanto nella storia che rappresenta le sue radici. Conoscendo meglio quello in cui che suo padre credeva, viene a contatto con se stesso. Parafrasando una frase di Proust citata nel romanzo, Filo dopo la sua morte gli insegna ad avere nuovi occhi con cui affrontare un viaggio autentico, che non ha bisogno di esplorare paesaggi esotici. Il legame tra padre e figlio inizia nel momento in cui di solito dovrebbe finire, la morte, grazie al passaggio orale di esperienze. Questo flusso di vita “dopo la vita” tra padre e figlio fa intravedere un allusione all'omonimo protagonista del romanzo di Hesse. I ritratti dei diversi personaggi sono ben realizzati e sembra di scorrere la sceneggiatura di una serie televisiva, forse per la presenza costante di flashback che ci riportano indietro nel mondo delle comuni, in cui un altro mondo sembrava possibile. O almeno era sicuramente possibile se si rimaneva all'interno dei loro recinti. Non stupisce, anzi sembra quasi avvalorare un vecchio preconcetto, che la maggior parte di chi abita quel luogo alternativo sia figlio di papà o abbia alle spalle ricche eredità. Non è un pregiudizio o un attacco ai “finti alternativi”, ma un racconto esatto di come sono andate le cose: a cavallo degli anni '60 e '70 (con strascichi fino ai giorni nostri) ragazzi appartenenti all'alta borghesia si univano a montanari, come in questo caso, per un progetto comune che poteva prevedere la tutela di un bosco o l'insegnamento di una vita basata sulla vera comunità. Tutto è presentato con sguardo attento e una colonna sonora affascinante.



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