Quarte di nobiltà

Quarte di nobiltà

Sin dal suo esordio, Hilarotragoedia [1964], Manganelli scrisse personalmente le quarte di copertina dei suoi libri: quarte che dovevano essere, caso per caso, guida, mappa, glossa, stravaganza, depistaggio (vedi Lunario dell’orfano sannita, 1973] o addirittura, come nel caso del suo Nuovo Commento [1969], semplice pezza d’appoggio della copertina, senza nulla riferire del libro. La premessa a questa eccentrica e improbabile raccolta postuma di quarte d’artista, curata dalla figlia Lietta, le sintetizza come “funamboliche aggiunte ai suoi testi”: si tratta di “preziosi marchi, timbri, segnali e segni che rendono quei libri inimitabili e unici”. Luigi Mascheroni, nella postfazione, osserva opportunamente che la quarta di copertina, “al di là del valore numerico, è primaria”: la ragione, forse ovvia, è che si tratta, tendenzialmente, dell’ultimo testo che viene scritto e del primo che viene letto: è un’arte, un’arte breve, è “un mondo a parte [...], la componente nobile del libro”, chiosa il critico letterario del “Giornale”. Saggio è affidare la quarta a terzi: Adelphi ha una gloriosa tradizione di quarte scarabocchiate da sua maestà Calasso [raccolte, parzialmente e vezzosamente, in Cento lettere a uno sconosciuto, 2003]; altrimenti e altrove ci si affida all’editor del libro (come Calvino nelle “Centopagine”, come Vittorini nei “Gettoni”), a un copy o addirittura, nei casi più disperati, si lascia l’ultima parola al direttore commerciale, con esiti ovviamente per lo più nefasti, spicci e grossier. Manganelli, secondo Mascheroni, giocava in un campionato a parte: “coi suoi pezzi di pura prosa, solo accidentalmente scritti ‘al di fuori’ del libro, così in apparenza sconclusionati, laboriosi e improvvisi, seppe – più di ogni altro – nobilitare la quarta. Anche se per lui, o proprio per questo, si trattava solo di cose futili, per palati bizzosi”. La raccolta rispetta l’ordine cronologico: si parte dalla Hilarotragoedia del 1964 [Feltrinelli] e si conclude in bellezza con Antologia privata del 1989 [Rizzoli]. Non mancano, ovviamente, scheda per scheda, dettagliate descrizioni delle copertine, complete, in rari casi, di apprezzabili retroscena (Manganelli detestava quella sua inquietante foto con sciarpa e cappello che apparve nella sovraccoperta del suo esordio: interrogò con terribile ansia Luciano Anceschi per capire come potesse essere accolta; la giudicava immagine da menagramo. La risposta non ci viene riferita)…

Veniamo alla fortuna critica di questo libello. Marco Ciriello, su “Il Mattino”, ha apprezzato parecchio: “Manganelli era un vero aristocratico della nostra letteratura, se ne stava in disparte a inventare e scrivere, era un principe libero impegnato a scrivere fuori dal tempo; tutta la sua opera è dispari e incongrua rispetto ai suoi coevi, lontano dagli affanni e dal mercato, perché unica”. Per la Benini de “il Foglio” non siamo dalle parti delle pubblicazioni superflue, perché in un certo senso questo libro è più manganelliano di Manganelli: semplicemente, “questo libro va aggiunto agli altri di Manganelli, va usato come una mappa e come una raccolta di racconti”. Punto. Su “Il Messaggero”, Renato Minore ha parlato di volume “irresistibile”, definendo questo libello “continua, scintillante scoperta”, una “infinita peregrinazione intorno ai libri”, avallando quindi la qualità e l’intelligenza della curatela di Lietta Manganelli, da anni faro del Centro Studi dedicato al padre e artefice di edizioni inaspettate come Borborigmi di un’anima [Aragno, 2010: si tratta del carteggio col suo mentore Luciano Anceschi] e Circolazioni a più cuori [Aragno, 2008: spiazzanti lettere familiari scritte da un uomo che probabilmente ignorava il significato della parola “famiglia”]. Ho pensato, mentre sfogliavo questa strenna Aragno, che Quarte di nobiltà può avere tre diversi destini: da un lato, può giocare la funzione degli album di figurine dei calciatori; può cioè innescare sensi di colpa per i libri mancanti o discrete fiammate d’orgoglio per la propria biblioteca, a seconda del lettore (un adelphiano non dovrebbe fallire, e non fallirà, circa). Da un altro lato, può essere il regalo ideale a un giovane letterato che deve ancora – fortunato! ‒ cominciare a scoprire una figura complessa, sfuggente e seducente come il Manga; a lui (o a lei) si dovrà regalare questa raccolta come se fosse un portolano del mar dei Manganelli, ribadendone il puntuale criterio cronologico. Infine, sì, Quarte di nobiltà può essere considerato come una raccolta di vecchie e sperimentali “b-side” della vecchia e scomparsa industria del disco; da quel punto di vista, come tutte le raccolte di b-side, non ha nessuna pretesa di coerenza, nessuna compattezza, nessuna linearità: è puro e fertile magma d’artista.



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