Prigione

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Baviera, 1914. Tra poco sarà Natale. Emmy, cantante di cabaret, è in attesa di un’udienza processuale la cui data è da stabilirsi e, poiché intende recarsi quattro settimane a Parigi, scrive al tribunale chiedendo se sia possibile fissarne la data prima della sua partenza o, in alternativa, dopo il rientro in patria. Forse è un buon modo per accelerare il processo. Una mattina, mentre Emmy è ancora a letto, bussa alla sua porta un funzionario della questura notificandole una convocazione per quella mattina stessa. No, non sa dirle il contenuto della convocazione. No, non è in arresto per quanto lo riguarda. Mentre Emmy si sta preparando ad uscire, bussa un funzionario di polizia giudiziaria che le chiede di seguirlo. All’arrivo in questura, altro funzionario. Silenzio, attesa, tensione. Le viene mostrata la lettera con la quale aveva chiesto il permesso di recarsi a Parigi: “Sì, l’ho scritta io, c’è da aspettare molto?”. Silenzio, comunicazioni di servizio, moduli, timbri. Porte che si aprono, guardie, procedure. È in arresto. “Per rischio di fuga”, come se si fosse autodenunciata. Dov’è la logica? Uno che vuole fuggire non scrive una lettera! Non c’è l’Ufficio preposto alla logica, ci sono le procedure. Casomai il reclamo all’Istituto per la custodia cautelare… Custodia cautelare??? Sì, carcerazione preventiva, da subito. Prigione. Dove si perde la dignità, la femminilità. Le angherie senza senso, la costrizione a condividere forzatamente le miserie umane facendoti chiedere se il degrado che osservi negli altri ormai appartenga anche a te. Perché poco a poco basta la sola condizione di degrado in sé a far legittimare anche a te stesso il disprezzo della società, degli altri, di tutti…

Il romanzo è ovviamente autobiografico. Emmy Hennings (1885-1948) è stata una delle figure più eclettiche della fervente scena tedesca del primo Novecento. Di modesta provenienza ha avuto una vita itinerante, avventurosa e intensa, svolgendo i più disparati lavori per diventare, in un’esistenza tra alti e bassi, attrice, cantante, modella e scrittrice. Ha partecipato alle avanguardie artistiche come la fondazione del Cabaret Voltaire e del movimento dadaista. Ha conosciuto l’alcol, l’assenzio, la morfina e la detenzione. Cose che possono portare all’ebetismo o ad una profonda sensibilità interiore. Ed è questa sensibilità, a tratti anche ironica, che sta alla base di una narrazione che racconta i fatti nel loro progressivo svolgimento, al tempo presente, accompagnandoli con pensieri, emozioni e considerazioni che gradualmente trascinano il lettore nel gorgo della detenzione. Solo tirandoci dentro al gorgo riesce a farci ricordare che anche Cristo è stato condannato. A rendere nostra l’assurdità del carcere. L’assurdità del carcere e l’assurdità del fatto che in Italia, per un secolo, non sia mai stato tradotto un romanzo del genere. Complimenti quindi a L’Orma Editore e complimenti al traduttore Marco Federici Solari che ha dovuto inventare in italiano uno pseudo dialetto che corrispondesse alla parlata umile dei dialetti in originale.



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