Piccola autobiografia di mio padre

Schulim Vogelmann nacque nel 1903, “nella Galizia orientale, ossia in Polonia, o meglio ancora nell’impero austro-ungarico”, da una famiglia benestante. Allo scoppio della Prima Guerra mondiale la famiglia si rifugiò a Vienna. A quindici anni Schulim andò in Palestina, e nel 1921 raggiunse il fratello a Firenze, dove cominciò a lavorare in una tipografia, per diventarne poi direttore nel 1928. Nel ‘33 sposò Anna, e nel ‘35 nacque Sissel Emilia. A quel punto della sua vita Schulim era un uomo innamorato, realizzato e felice, e non avrebbe potuto chiedere altro. Poi, nell’autunno del ’38, arrivarono le leggi razziali. Dopo alcuni anni vissuti al sicuro, nel ’43 Schulim, Anna e Sissel Emilia furono arrestati e portati al carcere di San Vittore, a Milano; da qui, il 30 gennaio del ‘44, furono caricati su un treno per Auschwitz. Schulim fu liberato dopo un anno e mezzo di prigionia, l’8 maggio del 1945: era sopravvissuto grazie alle sue competenze da tipografo (fu impegnato a “stampare le sterline false che dovevano mettere in crisi la banca d’Inghilterra”) e alla conoscenza del polacco, che gli permise di essere selezionato tra i prigionieri destinati alla fabbrica “di un certo Schindler”, a Cracovia. Moglie e figlia, invece, erano state inghiottite dall’incubo dei campi di concentramento. Tornato a Firenze, Schulim fu accolto come un eroe, tra lacrime e abbracci. Dopo qualche anno sposò una giovane vedova, e con lei, nel ’48, ebbe Daniel: “Non avrei mai pensato di poter ancora mettere al mondo un bambino ebreo, quando pochi anni prima tutti i bambini ebrei avrebbero dovuto morire”. Quindi, insieme al socio Guido dalla Torre, rilevò l’attività di cui era direttore, quella tipografia Giuntina che nel 1980, sei anni dopo la sua morte, il figlio Daniel avrebbe trasformato nell’omonima casa editrice: il primo titolo pubblicato sarebbe stato La notte di Elie Wiesel, inserito nella collana che porta tutt’oggi il nome del padre…

Piccola autobiografia di mio padre è un libriccino tanto piccolo (34 pagine) e di facile lettura, quanto importante e sorprendente. È un resoconto schietto, lineare e privo di ambizioni letterarie, la cui unica trovata romanzesca è esplicitata fin dal titolo: interpretando la voce del padre, Daniel Vogelmann, fondatore dell’editore Giuntina, riesce a rendere molteplici servizi: un’autobiografia indiretta, un sentito omaggio al genitore, una testimonianza della Shoah, e il racconto delle origini di un editore, e tutto questo senza tralasciare il piacere della narrazione. La prosa è asciutta ed essenziale, la voce di Schulim è coerente a se stessa, e nessuno dei dettagli storici è dato per scontato, il che permette a chiunque di interiorizzare un sunto dell’olocausto attraverso una vicenda tanto personale quanto universale. Inoltre, la narrazione affidata a una voce defunta, e in qualche modo pacificata, rende il tutto più straziante di qualsiasi abile strumentalizzazione del tema. Considerato il prezzo irrisorio e il forte valore simbolico, Piccola autobiografia di mio padre si presta a essere ospitato in tutte le case, se non adottato nelle scuole.

 


 

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