Pensare come una montagna

Pensare come una montagna

Nelle praterie solitarie a gennaio, dopo le bufere invernali, arrivano come d’incanto i disgeli notturni, annunciati dal tintinnio delle gocce d’acqua che cadono a terra. Allora si possono vedere sul manto di neve una moffetta o un topo campagnolo fare capolino dalle loro tane. Per assistere al risveglio della primavera si deve attendere marzo, quando le radure sono percorse dagli incessanti canti delle oche selvatiche, che si librano nell’aria o scivolano sull’acqua di stagni e fiumiciattoli. Nei mesi successivi è un susseguirsi di eventi che sanno di miracolo, spesso inspiegabili agli occhi della scienza, come lo spuntare in spazi sabbiosi inospitali dei minuscoli fiori bianchi della draba, o al tramonto lo struggente spettacolo della “danza nel cielo” della beccaccia maschio, fatta di cinguettii e voli con movimento a spirale. E quale emozione imbattersi nel silfio, la pianta della prateria originaria, o ascoltare il coro delle quaglie, o scoprire i rifugi delle pernici. Queste sono le terre selvagge dove la mano dell’uomo sembrerebbe essere ancora lontana. Ma è sufficiente fare pochi metri di cammino per accorgersi che la civiltà con le sue strade asfaltate e i suoi svaghi meccanizzati sta pericolosamente incombendo…

In tempi di crisi dell’antropocentrismo la wilderness pare aver ritrovato tutto il suo fascino. Già nel 1949 però Aldo Leopold metteva in guardia sulla facile mitizzazione rooseveltiana del ritornare en masse all’aria aperta, stigmatizzando sia la scienza ecologica, portatrice di una visione artificiale della tutela ambientale che protegge alcune specie animali e vegetali e ne distrugge altre e soprattutto altera l’equilibrio naturale, sia la rovinosa e distruttiva moda “turistica” per il verde. La conservazione delle terre incontaminate passa da un approccio estetico, consistente nella percezione della bellezza degli habitat naturali, in grado di produrre nell’uomo un atteggiamento etico che lo rende consapevole di essere non “la” ma “una” delle molteplici tessere del mosaico della “comunità biotica”. Questa riflessione fa da filo conduttore a Pensare come una montagna, un libro dalla struttura anomala – almanacco, diario, saggio critico – che, con Walden di Thoreau, rappresenta il Vangelo dell’ambientalismo. Dietro un andamento apparentemente narrativo (l’andare per boschi e lande solitarie di un uomo con il suo cane) l’ecologo-filosofo svela con un procedimento razionalista la cultura e la perfezione del sistema faunistico e floreale, nel quale ogni comportamento ha sempre una precisa funzione utilitaristica. Una perfezione che si coglie nella maestà di una quercia come nella grazia di una minuta draba.



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