Parole fuori

Trani. Un ex convento è ora un carcere. Esclusivamente femminile. Sta per iniziare un corso di scrittura dal titolo evocativo: “Parole fuori”. Sono solo in cinque e tutte scettiche: la paura di restare inascoltate e deluse è quasi tangibile. Ma le parole scorrono come un fiume in piena. Questione di sopravvivenza. Le giornate si alternano sempre uguali, con ritmi scanditi dagli impegni e dall’apertura e chiusura delle celle. Tra regole formali e regole non scritte, nulla sfugge al controllo. Eppure la voglia di vivere, di ricominciare, di riprendere a costruire la loro storia è più forte di tutto. Anche dei divieti. Frammenti di vita ristretta echeggiano nell’aula, si ricompongono, esplodono. Inaspettatamente arrivano, inaspettatamente vanno via. La reclusione, il loro passato, le costrizioni tirano fuori il peggio da ciascuna. La restrizione le mette una contro l’altra, ognuna contro il mondo intero. Tutte fanno a gara per un complimento, per restare al centro dell’attenzione. Ogni emozione è amplificata. La rabbia è il sentimento prevalente, che fagocita le loro vite, la loro umanità. Scrivere può servire a mettere ordine tra i pensieri in tumulto. Ma bisogna andare per gradi. In gioco c’è la loro vita, il loro dolore. E la possibilità di urlarlo al mondo. Perché il mondo sappia. Anche se “voi non potete capire” è ciò che chi viene dall’esterno si sente ripetere puntualmente…

Parole fuori è il racconto di un’esperienza reale: un laboratorio di scrittura creativa all’interno del carcere femminile di Trani. Un percorso coinvolgente e travolgente che nasce da un’idea semplice, essenziale: tutti hanno qualcosa da raccontare. Isabella Misurelli si occupa di teatro e di scrittura e, con partecipazione e sentimento, è riuscita a trasferire al lettore un’esperienza unica e spesso incomprensibile a chi non l’ha mai vissuta. Un intenso viaggio nei sentimenti, attraverso gli occhi di chi è “dentro” e quelli di chi viene da “fuori”. Il racconto dell’esperienza (tutta al femminile) è, infatti, intervallato dagli scritti delle detenute che rivelano sfumature dell’anima e tagli stilistici inaspettati. I dialoghi si mescolano a racconti di vita. Tutti gli argomenti sono consentiti (dalla religione alla sessualità, dalla famiglia al rapporto con lo Stato), con una sola regola: scavare dentro per trovare le parole. E allora c’è chi sente l’urgenza di scrivere, chi incrocia le braccia, chi ha speranza e chi è disfattista, chi racconta di sé e chi racconta del suo caso giudiziario, chi si rassegna e chi si infuria. Parole urlate e parole sussurrate. Da un lato la sofferenza nel raccontare e dall’altro la fatica di ascoltare. E la frustrazione che nasce dal sentimento di impotenza. Resta però la scoperta che andare oltre le categorizzazioni è necessario e che riscoprirsi uguali è naturale.

 


 

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