Parole in croce

Parole in croce

La pagina bianca – scriveva il giovanissimo letterato trapanese Salvatore Mugno al suo sfortunato sodale, l’artista maudit Giuseppe Lo Presti, feticcio di Aldo Busi – è materia viva: va graffiata, incisa, raschiata, martellata, scolpita, piallata, segata, avvitata, sforbiciata, rimestata, affettata, trafitta, attanagliata. È una questione di ostinazione, di desiderio e di ferocia: sostanzialmente, a dar retta allo scrittore, è una questione erotica. Parecchio. A un tratto, al giovane Mugno venne la smania di scrivere lettere – a volte senza destinatario, d’argomento filosofico. Era un periodo della sua vita in cui andava considerando glosse, critiche e recensioni come un supplizio, come un’onta; non aveva nessuna voglia di essere legittimato, rifiutava la sola possibilità; soffriva le presentazioni di libri, gli incontri col pubblico, le messinscene; credeva che i critici non dovessero cercare niente di particolare nella letteratura: e così sentiva di scrivere rivolto all’invisibile, all’incommensurabile, all’insopportabile. La sua mano destra, in quel periodo, scrisse un’improbabile autobiografia: “Fingo la sottomissione, la mansuetudine: ma, infine, sono io a pilotare, a procedere o a arrestarmi, a storpiare o esornare, sfregiare o addolcire il volto delle pagine”. Sapeva essere santa e sconcia: sostegno della fronte e arma della scrittura, voleva, a volte, appartenere piuttosto a un pescatore, a un pasticciere, a un sarto; oppure a un illusionista, a un prestigiatore. La stanza dello scrittore era una biblioteca da cinquemila titoli, nati da progressive confusioni, selezioni e rinunce; alla borgesiana biblioteca infinita voleva sostituire un paradigma nuovo, una biblioteca minimale e fondamentale. Dichiarazione d’intenti forse saggia ma estremamente complicata da rispettare. Una notte, Mugno, trentenne, raccontò la sua vecchia penna, sul punto di vuotarsi: scrisse l’epicedio di quella compagna, a celebrare tenebra e mistero del suo inchiostro, a lamentarne la mancata fama. A un tratto, quella penna gli rispose...

Raccolta di iuvenilia del letterato isolano Salvatore Mugno, strutturata in otto frammenti di qualità e tenuta piuttosto diseguali, Parole in croce è stato pubblicato dalle piccole Margana Edizioni, trapanesi; si tratta di una pubblicazione destinata, nelle intenzionali autoriali, “a quanti trovano nutrimento e divertimento nella scrittura, benché crocifissi alle proprie parole”. Nel contesto della produzione mugnesca, è un libro che va considerato almeno parzialmente complementare rispetto al suo Opere terminali [Jaca Book, 2001]: mi riferisco sia alle pagine esistenziali o giù di lì, sia al dialogo col fraterno amico e sodale Giuseppe Lo Presti, qui particolarmente presente, almeno nella prima metà del libro, sia come destinatario, sia come probabile fonte di ispirazione per certe visioni radicali (della scrittura, del pubblico: della “possibilità di una comprensione”). La tentazione è di consigliare Parole in croce in primis e fondamentalmente agli aficionado della letteratura di Mugno – più precisamente a quanti hanno letto sia Opere terminali che Sputi: chi ha incontrato lo scrittore isolano per via delle sue pubblicazioni d’inchiesta (Mauro Rostagno Story, 1998) o per le sue biografie jazzate (Il biografo di Nick La Rocca, 2005), potrà al limite apprezzare uno sguardo furtivo alla scrivania dell’artista, ai suoi taccuini: questo Parole in croce è, in un certo senso, un “laboratorio” d’antan della scrittura di Mugno. Ho la sensazione che il sesto e il settimo frammento, cioè Sulla carta e L’uomo seduto, il sesto e il settimo, siano decisamente trascurabili e poco ispirati; la raccolta risulta, così, sbilanciata tra una prima parte che forse si poteva leggere quasi con raziocinio e comunque con ordine e una seconda che invece finisce per sconfinare nell’autoreferenzialità o nel nulla (circa). Beninteso: a me un certo genere di “libro sbagliato”, in qualche misura, piace (perché più vivido, più fedele all’artista, meno sporcato dai montaggi editoriali odierni). Va segnalato, in coda, un altro “recupero” dei vecchi scritti di Mugno: sempre in questi ultimi mesi, l’artista ha riproposto, ospite della Polifonia trapanese fresca di stampa per Margana, un suo vecchio brano, altrettanto diaristico: si tratta di Rosebud, meditazione sulla solitudine e sulla società trapanese odierna, con vertiginose liste a puntinare le riflessioni dello scrittore.



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