Neve nera

Neve nera
Autore: 
Traduzione di: 
Genere: 
Editore: 
Articolo di: 

Barnabas Kane in seguito non ricorderà molto del giorno in cui la sua vita ha cominciato ad avvitarsi su se stessa in una infinita spirale discendente. Non ricorderà l’uovo a due tuorli che ha rotto nel piatto quella mattina, gli strani segni di inquietudine della giumenta che sembrava riottosa a seguirlo nei campi, l’irrequietezza di Ciclope, il cane lupo di suo figlio Billy. Tutto si confonderà nella sua mente sempre più annebbiata, distrutta dal dolore e incapace di reagire. Avrà però chiaro il momento in cui lo ha visto, quello sbafo di fumo nero che si arrotolava nel cielo al di là dei campi che stava dissodando mentre con occhio preoccupato guardava suo figlio Billy avvolgersi la mano ferita da un vetro in un lembo di camicia. Era uno sfregio nero che si dissolveva nel vento e prima ancora di capire ricorda di aver sentito gli stivale del suo amico e lavorante, Matthew Peoples, battere il terreno forsennatamente in direzione della stalla, mentre con voce rotta dall’affanno urlava: ”Incendio!”. Dopo quell’urlo le immagini si affastellano, a tratti si sgranano per cedere il posto ad altre sensazioni, agli altri quattro sensi. La porta rossa che cede sotto i calci di Matty il Grosso, come lo chiama suo figlio, l’assenza degli odori tipici di una stalla è la prima cosa a colpire Barnabas quando entra nella stalla e poi il nero assoluto, l’incapacità di trovare a tentoni i recinti delle quarantatré mucche da salvare, l’ultimo sguardo di Matthew che corre dentro come un uomo che si tutti senza saper nuotare. Non sa come e perché è uscito Barnabas, non sa cosa ci facesse raggomitolato in posizione fetale quando i suoi vicini sono accorsi a formare una catena di braccia per contrastare coi secchi la violenza del fuoco: lo scricchiolio della pompa, lo scroscio dell’acqua, l’arco argentato che descrive nel cielo prima di lambire le fiamme, sua moglie Eskra con le mani ancora impolverate di farina che tenta di unirsi agli uomini alla pompa, sua figlio Billy con lo sguardo impazzito. È come pietrificato, Barnabas e lo rimarrà per molte settimane. La sua mente non può smettere di vagare, non riesce a reagire, soprattutto dal momento in cui realizza che in quell’incendio non ha perso solo un amico, le sue bestie, la sua stalla, ma la stima di se stesso e quella dei suoi concittadini, che, nonostante siano accorsi ad aiutarlo, dal giorno del funerale di Matthew lo guardano con occhi diversi. Ma non sono solo Goat McLaughlin, Fran Glacken e Peter McDaid ad essere cambiati nei suoi confronti; sua moglie Eskra che lo ha seguito da New York quando ha deciso di tornare nella terra da cui era stato allontanato orfano ragazzino, che ha appoggiato il suo desiderio di rivendicare la propria appartenenza al Donegal e il diritto di Billy a crescervi come un autoctono, è sempre più distante e disperata. Billy, il suo ragazzo ha una vita che gli è totalmente sconosciuta, una voce che non riconosce e un segreto che lo annienterà…

Quando un autore irlandese è molto bravo, inevitabilmente, per lui si spalancano le cateratte dei paragoni e il più temuto è per forza di cose il totem nazionale: James Joyce. Paul Lynch è uno dei pochi ad avere titolo e merito nell’agone col Maestro, soprattutto grazie alla sua straordinaria, minuziosa capacità descrittiva. Il Donegal e la sua storia millenaria è il personaggio principale di Neve nera e dato che Paul Lynch è un autore straordinario riesce a caratterizzare in maniera formidabile anche i personaggi secondari della storia, quegli umani che solo per incidente ne solcano le colline per periodi più o meno brevi, lasciandosi dietro tracce che parlano, urlano, raccontano e rifiutano di farsi spodestare, come le pietre che Barnabas tenta di usare per la ricostruzione. Il Donegal è un personaggio ieratico, simboleggiato dal burro di torbiera di Mcdaid tanto quanto dalla follia degli uomini abbrutiti dalla miseria e dalla fatica come Pat lo Schiacciapatate, è tutto nelle rughe della terra, nelle pietre piatte simili a utensili paleolitici che Matthew estrae dalla terra, negli occhi e nelle barbe dei suoi abitanti che sembrano essere lì per custodire le vestigia della Storia più che per trarre ricchezze da quelle terre che spesso li hanno gratificati con carestie e morte. Una prova narrativa che conferma, se ce ne fosse stato bisogno, il talento assoluto, l’ispirazione divina di Paul Lynch che aveva già dato grande prova di sé con Cielo rosso al mattino, una narrazione a tre voci in cui Barnabas, Eskra e Billy raccontano a la lettore, ciascuno come può e come sa, ciò che non riescono a dirsi l’un l’altro, ciò che non riescono a comunicare agli altri. Un libro in cui nulla viene detto apertamente e il lettore è lasciato alle proprie deduzioni, esattamente come i personaggi della storia. Una riflessione profonda sullo sradicamento e sulle radici, sull’impossibilità dio tornare alla propria terra alle proprie condizioni. Il rifiuto è un altro sottile, avvolgente, paralizzante filo rosso della narrazione di Lynch: il rifiuto della realtà, della verità, il rigetto dell’estraneo, il rinnegare il passato e l’incapacità di reagire dinanzi ad un evento soverchiante che terminerà solo al risveglio simbolico di Barnabas in una stanza piena di mosche.

LEGGI L’INTERVISTA A PAUL LYNCH



0
 

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER