Nessun cielo

Nessun cielo

Nell’immagine si vede solo un bambino su una spiaggia, da solo. La maglietta è rossa, i pantaloncini blu, o neri, comunque scuri. Il viso non si vede, perché il capo è leggermente ruotato, e il bacino un po’ spostato verso l’alto. Intorno è tutto fermo – il mare è calmo, non c’è vento –, anzi, è tutto immobile. Immobile come lui. Perché quel bambino non sta dormendo, lo si capisce subito. Quel bambino è morto. E poi c’è un’altra immagine. Ma, in questo caso, non si tratta di un’immagine fissa. È un’immagine in movimento, una sequenza filmata. Anche qui c’è un bambino, da solo. Ma non è fermo, urla, piange, strepita, su una spiaggia di rocce, davanti a un mare che non è calmo. Tutt’altro. È scuro, schiumoso, ostile come la falesia che si innalza sullo sfondo e che nasconde il cielo in tutta la sua altezza. Quel bambino non è semplicemente un bambino solo. È un bambino abbandonato. È al cinema che ha visto quest’immagine. Una sera d’inizio estate. Anche lui era solo – la moglie e i figli erano in vacanza, a centinaia di chilometri da lui, in una casa di campagna presa in affitto anche l’anno precedente. Spinto forse proprio dalla solitudine, si era lasciato trascinare dall’impulso di entrare in un cinema. A vedere, tra l’altro, un film di cui non sapeva nulla, di cui non aveva letto nulla. Al cinema da solo, poi. Una cosa decisamente strana, stranissima, per un uomo come lui, così metodico, così abitudinario, così “regolare”…

Uscito in Francia nel 2017, questo racconto lungo è la terza fatica letteraria di Pierre Demarty, editor di letteratura straniera per Éditions du Seuil e traduttore. Fonte d’ispirazione del libro è l’immagine del piccolo Aylan, il bambino siriano di tre anni ritrovato morto su una spiaggia turca il 3 settembre 2015, a seguito del naufragio della nave su cui stava viaggiando, e diventato il simbolo del dramma dei profughi e dei migranti in generale. Quell’immagine dà avvio al libro, e intorno al significato, alla crudezza e alla potenza di quell’immagine si costruisce tutta la narrazione. Anche se narrazione è forse parola che poco si addice all’opera di Demarty. Così come poco si addicono intreccio, trama o vicenda. Nessun cielo, infatti, si presenta come una giustapposizione di quadri, di sensazioni, di impressioni, di vaghe elucubrazioni di un protagonista, di cui si conosce pochissimo e che, di fronte a un’immagine tanto cruda ed emblematica, come il piccolo Aylan morto, scoppia in un pianto liberatorio, che gli fa tirar fuori, insieme alle lacrime, considerazioni sulla vita, sugli affetti e su ciò che davvero conta. Poche, dunque, sono le cose che accadono nel libro. Molte invece, le descrizioni, a volte addirittura chirurgiche, di emozioni e turbamenti, ogni volta rese con parole e in modi diversi, merito della traduzione di Alessandro D’Onofrio, sempre esatta, priva di fronzoli. Mai una sbavatura. La prima metà del libro, dove l’elemento acqua è l’attore principale, non può non ricordare il periodare segmentato dell’Alessandro Baricco di Oceano mare, da cui lo distingue, però un’eccessiva ripetitività, che poco avvince.



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