Memorie di un giovane disturbato

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Finalmente Marc Marronnier è riuscito ad agganciare la sua amata Anna. Questo comporterà la necessità di lasciare la sua attuale convivente Victoire, ça va sans dire. Ma il problema non si pone: lei se ne era già andata, almeno con la testa se non con il corpo. Un buon motivo per lasciarle il conto da pagare alla cena di addio. Tanto ora bisogna vivere e godere del nuovo amore, conoscersi, esplorarsi. Certo, risulta difficile mantenere lucidità tra la mille feste alle quali il giovane e inarrestabile libertino partecipa in qualità di sedicente giornalista di gossip. Anche perché anche i balli più seri, indetti da facoltosi alto borghesi o ex nobili ancora in auge si trasformano ben presto in indicibili bagordi, dove succede di tutto ed il contrario di tutto ed ovviamente l’alcol scorre a fiumi. E il ragazzo ‒ si sa ‒ beve di tutto e di più, tanto da sballare senza far ricorso alle droghe che gli offrono in abbondanza. Perlomeno non abitualmente. E così la coppia non scoppia,anzi, prosegue felice tra faticosi risvegli e notti da capogiro (anzi mal di testa) e quel che succede nel mondo continua a succedere a fronte del perfetto disincanto e disinteresse dei due. Il cui unico problema è non far evaporare le comunque cospicue risorse finanziarie a disposizione annegando i loro fegati in champagne, vodka, birra...

“Le mie giornate iniziavano con il piede giusto. Mi alzavo, bevevo una tazza di caffè, uccidevo qualcuno. Bastava guardare fuori dalla finestra: la stradina era affollata d’inutili esseri sofferenti in attesa del mio colpo di grazia”. Tra nichilismo applicato ed una parodia (magari non voluta) del film Trainspotting , ecco uno di quei romanzi che ti rapisce e stupisce. Cavalcando senza sosta rimandi espliciti a libri, musica e tra le righe anche film, per mostrare più che descrivere una delle faccende più difficili: vivere e godere. Ritmo frenetico, stile aggressivo e spumeggiante, un citazionismo spinto che lascia il dubbio se sia solo un gioco oppure abbia delle ambizioni più profonde e decisive. Nulla da dire sul protagonista assoluto del romanzo. Onnisciente certamente, men che mai onnipotente, cade e si rialza ad ogni paragrafo, folgora e saetta contro ogni cosa vivente ed è fulminato da tutto e tutti, ma in fondo è un ragazzo e sta solo sfuggendo dal nulla, non può restare antipatico. No, non vi è traccia di Céline, ve lo assicuro. Forse lontanamente somiglia ad un Oscar Wilde meno virtuoso e più diretto, meno acido ma ugualmente corrosivo. Un dandy senza dandismo. E non vi è traccia di passione politica o analisi sociale in lui. Solo un mondo che si è perso, non ha voglia di ritrovarsi e anche se l’avesse non ha la minima idea di come fare. Un ritratto impietoso, una visione forse eccessivamente perturbata e perturbante, ma in fondo in questo posto ci siamo capitati, mica ce lo siamo scelto e le nostre gioventù, in altre età o contesti, poco differivano da quella narrata. Beigbeder insomma ha due qualità: si piace e non cerca per forza di piacere, ha talento e non lo nasconde.



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