Marzo per gli agnelli

L’avvocato Giorgio Marro è nel suo ufficio, sta parlando con Chillè. Ma non è un dialogo sereno: perché Chillè vuole convincere Giorgio a fare qualcosa che non vuole fare: e non è facile convincere qualcuno, forzarlo anche, quando questo qualcuno non ha niente, non ha niente da perdere e soprattutto non ha niente della cui perdita ha paura, neanche la vita. L’offerta ha un prezzo esorbitante (novantamila euro) per alcuni ettari di terreno che il proprietario non vuole utilizzare, anche se potesse farlo: terreno non edificabile, brullo, una pietraia senza niente addosso, persino brutta. Ma è un’offerta che è stata fatta anche ad altri proprietari di altri terreni adiacenti: ed è per questo che l’avvocato va allora a chiedere spiegazioni a Zi’ Masi, vecchio capoclan più o meno in pensione che Giorgio ha difeso, in passato, e che quasi stima, quando confronta il suo (pure perverso) codice morale con chi fa parte della ‘ndrangheta attuale. E lo Zì’ Masi fa finta di niente, ma nicchia in maniera da far capire a Giorgio che è meglio, forse, acconsentire a questa benedetta vendita. Eppure Giorgio non molla. Perché quel terreno apparteneva a suo padre, e prima di lui al padre di suo padre e così via, pur essendo vuoto, spoglio e inutile. Inutile come la sua esistenza adesso: vuota per un figlio di sette anni morto, un altro in coma irreversibile in ospedale, una moglie in via di consumazione che veglia giorno e notte al suo capezzale e che inizia a scivolare lentamente via. Forse è proprio per questo che Giorgio si indurisce: ed è per questo che Giorgio pensa di scivolare via anche lui, o esplodere in un colpo. O, prima, risolvere qualcosa in sospeso…

Marzo per gli agnelli, oltre ad avere uno dei titoli più belli non solo dell’intera bibliografia di Mimmo Gangemi ma anche dell’ultimo decennio di letteratura italiana, è uno dei romanzi più insostenibili che siano mai stati pubblicati, almeno dal 2000 in poi. E non, o almeno non solo, per una scrittura lacerante e diretta, lucida e spietata; neanche per l’argomento, che con un libro ambientato in terra calabra è diventato quasi obbligatorio espandersi inevitabilmente alla criminalità organizzata; ma soprattutto per la precisione millimetrica che Gangemi fa delle parole, della costruzione sintattica, del senso di ogni frase e di una storia che ti schiaccia con il peso del dolore che porta con sé. Un dolore consumato ma mai risolto, lancinante, che fluisce dalla perfetta collisione di ogni termine con un altro, di ogni frase con la precedente e la seguente: per restituire il ritratto di un uomo, il protagonista Giorgio Marro, completamente, assolutamente definito dal suo passato e dal fardello che si porta appresso, un fardello così realistico da divenire reale per il lettore, da pesare con un macigno sulla latitudine emotiva di tutto il racconto. Dramma personale che sconfina con il noir, Marzo per gli agnelli è una storia in cui non si salva nessuno, dove la redenzione non appartiene neanche ai buoni, dove forse i “buoni” non esistono più perché vengono nebulizzati, polverizzati dalla forza contundente del Male, dalla brutalità della nuova ‘ndrangheta, dalla completa assenza di valori di quel mondo buio e senza scampo che dalla Calabria si allarga all’esistenza intera. Una scrittura, dicevamo prima, così fluida da essere alla fine “inesistente” nel peso grammaticale che si confonde con il senso esistenziale, puntellata da sogni infranti, speranze che diventano illusioni, personaggi che assumono l’imponenza della persona: una luca che esiste solo contrapposta al buio dominante, un Male così assoluto che non ha alternative così come non ne hanno gli agnelli che vanno a morire, senza saperlo, sempre a marzo.

 


 

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