Lo sport tradito

L’importante non è vincere, ma partecipare, diceva Pierre de Coubertin. Peccato che il suo credo sia stato più e più volte violato e tradito nel corso degli anni e dei decenni: lo spettacolo dello sport odierno offre infatti a chiunque vi si accosti anche solo occasionalmente uno spaccato molto diverso da quello del secolo passato, con misurabili accelerazioni e forzature che si susseguono di mese in mese. È un cambiamento, è inarrestabile, va accettato. Ma non bisogna lasciare da solo l’atleta ad affrontare questo mare procelloso, e la lealtà e il fair play innegabilmente fanno oggi i conti con una sovradimensionata struttura industriale nella quale i termini della prestazione, del rendimento sportivo, della conquista di una medaglia si misurano, a volte in maniera assolutamente traumatica, con realtà che con i valori di una qualsivoglia disciplina non hanno e non dovrebbero avere nulla a che fare, come gli sponsor, i premi, il marketing, la pubblicità, il doping, il prestigio nazionalistico, le esigenze televisive…

Lo sport è per eccellenza la quintessenza, la summa, il grado massimo della meritocrazia: non si può mentire, non si può barare, i nodi vengono sempre al pettine, chi vale davvero, grazie a una commistione sapiente di talento e disciplina, emerge. I valori dello sport sono fondanti e formativi, e in epoca antica persino le guerre si fermavano in tempo di Olimpiadi: oggi, però, non è sempre, o non affatto così, anzi, spesso avviene proprio l’esatto contrario. Perché girano molti soldi intorno, ma non soltanto per quel motivo. La trasparenza è un requisito imprescindibile, eppure aumentano sempre più, e bisogna stare in guardia da esse, le manipolazioni, che fanno male in primo luogo perché deludono gli spettatori, soprattutto i più giovani, vulnerabili e fiduciosi, dunque tradiscono l’illusione, scoraggiano ognuno a fare del suo meglio, perché tanto non conta nulla. Che fine ingloriosa, per esempio, quella di Lance Armstrong, infanzia difficile, gran talento sui pedali, battaglia vinta contro il cancro e poi il coinvolgimento nelle maglie del doping: è stato il peggiore dei risvegli da un sogno. O che dire del salto in lungo truccato di Giovanni Evangelisti, tristemente celeberrimo, ai campionati del mondo di atletica di Roma 1987, a cui i giudici infedeli, poi costretti alla pubblica ammenda e a restituire la medaglia di bronzo al legittimo proprietario, regalarono mezzo metro in più al momento della rilevazione, delle tangenti per pilotare l’assegnazione dei più grandi eventi, della tragica scomparsa di Denis Bergamini? Daniele Poto, impegnato in Libera, che lotta contro le mafie e contro l’atteggiamento mafioso, che è ancora più pericoloso, è ricercatore, scrittore, saggista e giornalista, e con piglio deciso e sicuro, nonché estrema dovizia di particolari, riportando con chiarezza le solide fonti, fa vero e proprio giornalismo d’inchiesta, indaga, divulga, ammonisce, e divertendo insegna e rivela.

 


 

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