Le sette morti di Evelyn Hardcastle

Tra un passo e l’altro il poveretto si ritrova a non ricordare più assolutamente nulla e a gridare come un ossesso nomi di persone che non conosce, salvo poi essere preda per questo motivo del più totale sgomento. È il nome di Anna quello che gli esce incontrollato di bocca. Ma Anna chi? Ha il vuoto nel cervello. Non sa chi sia colei che chiama. Non sa come abbia fatto ad arrivare fin lì dove si trova. È in un bosco. È sotto una pioggia fitta, ma sottile. Si protegge gli occhi. Ha il cuore che gli batte all’impazzata. Puzza di sudore. Gli tremano le gambe. È evidente che deve aver corso. Ma non sa perché. Non ricorda affatto il motivo. Le sue mani sono ossute. Sono brutte. Sono quelle di un estraneo. Le guarda e non le riconosce. È nel panico. Rabbrividisce. Cerca di rammentare qualcos’altro su di sé. Un nome. Un familiare. Il suo indirizzo. La sua età. Ma niente, niente, niente. Alla soglia della coscienza non gli arriva nulla. Tutto comincia a girargli vorticosamente intorno. Vede tutto a chiazze, nero. C’è una voce, dentro di sé, che gli dice di stare calmo, ma per lui è impossibile, non ce la fa, non ci riesce assolutamente. Almeno all’inizio. Poi si forza, le dà ascolto. Chiude gli occhi. Ascolta il bosco. È terrorizzato. Sente solo il suo respiro. Ragiona. A giudicare dalla luce, quando risolleva le palpebre, è mattina. Dunque è stato fuori tutta la notte. Ma non ne sa la ragione…

La magione, con tanto di scuderie, casette per giardinieri e portinai, vecchie rimesse per barche, laghetti, solari, biblioteche e camere della regina, è augusta, austera, grandissima e meravigliosa, tenuta in ordine da un maggiordomo, una cuoca, un capostalliere, una capocameriera e due domestici personali, si chiama Blackheath House ed è la dimora della famiglia Hardcastle, che si compone di Lord Peter, Lady Helena e dei figli Michael ed Evelyn. I quattro pregano cortesemente tutti gli ospiti di evitare qualsivoglia riferimento a Thomas Hardcastle e Charlie Carver, poiché i tragici eventi che li riguardano li affliggono assai, ancora a distanza di diciannove anni: nonostante questo hanno il grande piacere di invitare le lor signorie a un ballo in maschera. Gli ospiti d’onore saranno Edward Dance, Christopher Pettigrew, Philip Sutcliffe, i due fratelli Davies, legali della famiglia, un ufficiale della marina a riposo, Millicent Derby e suo figlio Jonathan, un giocatore d’azzardo di professione, un banchiere, un agente di polizia, due dottori e Ted Stanwin: è con la riproduzione di questa partecipazione, oltre a quella della planimetria della casa, che si apre l’ottimo romanzo di Stuart Turton (giornalista freelance, dottore in filosofia, libraio a Darwin, insegnante d’inglese a Shanghai e tanto altro), congegnato senza sbavature, caratterizzato con efficacia in ogni dettaglio e connotato da una prosa di alto livello e avvincente, che in un breve volgere di tempo narra la vicenda (in stile Dieci piccoli indiani, cambiando quel che si deve) di una vendetta feroce e terribile, una trappola assassina.

 


 

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