Le lettere di Ungaretti

Le lettere di Ungaretti

Si sa, l’epistolario di un poeta può fornire una vasta messe di informazioni sulla sua vita, sulle sue sensazioni più intime, sulle sue scelte, sull’interazione fra i suoi testi e le sue esperienze dirette. E in molti casi costituisce un utile, e spesso involontario, contrappunto tra la realtà e il mondo fittizio ricreato nelle sue opere. Raramente poi ci troviamo al cospetto di autori che, nella loro corrispondenza, mostrano una piena consapevolezza di quel che stanno consegnando ai futuri biografi – ma ancor più ai critici – come strumento di percezione della loro poetica. Giuseppe Ungaretti, tra i più prestigiosi protagonisti delle poesia italiana del Novecento e padre della corrente dell’ermetismo, trova adeguata collocazione in entrambe le categorie. Dalle sue lettere, che ci ha lasciate in quantità massiccia (oggi, nell’era di internet, non avremmo di certo questa copiosa messe), sembra infatti che egli abbia inteso costruire, accanto alle sue raccolte poetiche, una struttura letteraria parallela, fatta di rivelazioni e di testimonianze, di volontà di compiacere e di compiacersi, della necessità di difendersi da ogni forma ingiusta di accusa e dal desiderio di influire sulle politiche culturali dell’Italia repubblicana…

Con la presente raccolta di lettere di Giuseppe Ungaretti, Silvia Zoppi Garampi – già autrice di testi monografici e di edizioni critiche dedicate al grande poeta ermetico, nonché docente di Letteratura italiana all’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli – ci consegna un efficace strumento capace di farci notare “in filigrana” una totale sovrapposizione tra tessitura quotidiana della vita e impianto programmatico dell’intera opera del poeta. Grazie all’approfondito studio compiuto dalla curatrice e all’attenta analisi delle sue osservazioni critiche il libro ci consente di incunearci nei rapporti più interni, sfuggenti e mai scontati che regolano quel rapporto tra vita e opera, di dedurre i testi senza più tema d’errore, come una facile equazione. Facendo dialogare carteggi tessuti con personaggi di volta in volta diversi – principalmente con Giovanni Papini, Ardengo Soffici, Armando Marone e Leone Piccioni – favorisce l’emersione delle evocazioni delle raccolte poetiche, il suono dell’eco dei riflessi del suo intero lavoro, l’umore teso o malinconico dinanzi al dispiegarsi degli eventi storici in costante rapporto con la sua vicenda personale. E il lettore non si inganni, perché – rispetto ai componimenti ermetici – qui il gioco si svolge in superficie e giova ad un’agevole, ancorché profonda, conoscenza dei testi e dell’uomo.



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