La ragazza della palude

La ragazza della palude
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Barkley Cove, 1969. Il pantano non è la palude. Il pantano è un luogo di luce nel quale l’erba cresce nell’acqua e l’acqua scorre verso il cielo, dove ci sono ruscelli che serpeggiano portando il globo del sole verso il mare e uccelli dalle lunghe zampe che si librano in volo con grazia inaspettata, quasi che in realtà non fossero affatto stati creati per solcare – come invece avviene – i cieli, mentre migliaia di oche delle nevi emettono tutte insieme il loro verso, dando vita a un simultaneo e improvviso boato. Nel pantano però ci sono anche punti, tratti, zone di vera palude. Palude che si insinua qua e là, come un virus in un organismo, a chiazze, in torbiere basse, nascosta dai boschi umidi. L’acqua di palude è ferma e scura: le sue fauci fangose infatti hanno inghiottito tutta la luce, e in questi meandri persino gli animali notturni, in realtà, divengono diurni. Anche qui si sente qualche suono, ma in confronto al pantano la palude è tranquilla, immota, silente: la decomposizione è questione di cellule, la putrescenza non fa rumore. La vita decade, diventa fetida, torna nel sottobosco dove tutto ha cattivo odore e marcisce: la morte sguazza e così facendo dà vita alla vita, a una nuova vita. Diciassette anni dopo quel caldo mattino agostano in cui Kya sente stranamente la porta della baracca sbattere (non può dunque essere stata la mamma a uscire, lei non la fa sbattere mai) e tutto ha inizio e cambia, il 30 ottobre 1969, nella palude silente giace il corpo di Chase Andrews…

Delia Owens non esordisce certo con questo libro nel mondo dell’editoria, ma senza dubbio in quello della narrativa propriamente detta. C’è anche la sua firma infatti su tre saggi che raccontano con dovizia di particolari la sua intensa e affascinante esperienza di naturalista in Africa, che le ha portato molti premi e ha fatto sì che collaborasse con importantissime testate di livello internazionale. Ed esordisce nella fiction con risultati di indubbio spessore: un esito notevole, avvincente, appassionante, intrigante, emozionante, lirico, sentimentale senza eccessi, potente e solido, significativo nell’accezione più ampia del termine. A quel che si dice però quest’opera in corso di traduzione un po’ dappertutto, ha attirato, così come già accaduto per Wild, l’attenzione del Premio Oscar Reese Witherspoon, che, assai abile anche come produttrice (forse persino più che come interprete), vuole, pare, farne un film: la vicenda è un classico, ma molto riuscito, coming of age. La storia infatti è quella di un’infanzia non certo semplice né sempre felice, anzi, segnata dalla perdita, dalla menzogna, dall’abbandono, dall’elaborazione del lutto e del dolore, dall’eterno conflitto, archetipico e simbolico, fra luce e ombra, fra bene e male, quella di Kya, bimba di sei anni – nel 1952 – che nel tranquillo borgo di pescatori in cui vive (in una baracca) è considerata un po’ strana, e che trova una madre, in realtà, con buona pace di Leopardi, o quantomeno di quello della seconda fase, proprio nella natura, che risponde a leggi ancestrali e molteplici.



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