La mia guerra segreta

La mia guerra segreta

Joey, affascinato dalle donne in generale, e in particolar modo di quelle capaci di dare alle proprie forme - anche abbondanti - le giuste, ipnotiche movenze, a suon di citazioni colte del francescano Cantico dei Cantici recitate come il mantra di un non ben chiaro esercizio meditativo, si lascia andare ad episodi di levitazione per impressionare, tra le altre, una passante di cui si è invaghito per strada al solo scopo di portarsela al letto... Un giornalista e viaggiatore turco attraversa il confine georgiano, attraverso le coste del Mar Nero, e si dirige lentamente verso Tbilisi per raccogliere nel suo taccuino il maggior numero possibile di storie, incontrare sulla sua strada, perché no, con la complicità dell’albergatore di turno ex ballerine russe trasformate in insegnanti e prostitute, innamorarsi di belle georgiane o ritrovarsi in bar malfamati a parlare male di quella categoria di scribacchini di cui fa parte con americani di dubbia fama… Un uomo parte per un viaggio in solitaria tra i monti selvaggi della Romania senza una vera e propria destinazione finale principalmente per ritrovare se stesso fuori dalla civiltà provinciale in cui si trova e a distanza di sicurezza da altri noiosi esseri umani; con il tempo scopre che quel confronto profondo che ha avviato con se stesso può portare solo momenti inaspettati di crescita interiore…

Salito alla ribalta letteraria con la sua prima raccolta di racconti, Appunti da un bordello turco, Philip Ó Ceallaigh continua a dimostrare di essere un grande artigiano delle parole. Qui, in maniera diligente e meticolosa, fa uso di metafore ed espressioni così cariche di significato che ad uso di uno scrittore alle prime armi o senza troppe qualità potrebbe suonare quasi ridicole (“Il sole si gonfiava di rosso e il padre e il figlio sedevano […] a guardare i loro dolci campi ancestrali”). La mia guerra privata è la prova lampante dell’affermazione di una voce personale in grado di farsi sentire. Il linguaggio è spesso diretto, senza troppi eufemismi. La sessualità che attraversa pressoché dall’inizio alla fine le dodici storie è molto animalesca, di rapido consumo, basata sulla voracità tipica di una società radicata nell’ingordigia ed estremamente vagabonda. Il titolo italiano della raccolta si addice perfettamente all’atteggiamento maschile, quasi marziale, con cui gli individui raccontati sembrano vivere le emozioni, che a tratti sembrano essere condannati a rimanere in superficie (l’originale inglese prende, invece, il titolo da un altro racconto, La dolce luce del giorno, accrescendo il senso del paradosso o, più semplicemente, sottolineando il sarcasmo tipicamente irlandese dell’autore). L’alchimista è una parodia, non perfettamente riuscita e un po’ ripetitiva, dello stile pseudo-spirituale à la Coelho, che sicuramente potrebbe strappare più di un sorriso ai fan dello scrittore brasiliano. Divertente è il richiamo che Philip Ó Ceallaigh fa a sé stesso nel primo racconto creando un legame narrativo con i suoi inizi per mettere in risalto eventuali – evidenti in questo caso – progressi.



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