La macchina della felicità

La macchina della felicità
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Pearl ha un lavoro che ama e che fa con impegno ormai da anni. Ha visto tanti modelli della macchina Apricity susseguirsi nel tempo, sempre più piccoli, sempre più efficienti. L’azienda nelle mani del lungimirante Bradley Skrull non può che prosperare, a differenza di tante altre che chiudono i battenti. Il lavoro è semplice: sfrega un tampone all’interno della guancia di coloro che si sottopongono volontariamente al test, inserisce il materiale biologico dentro Apricity e in poco tempo ecco le risposte determinanti affinché la persona testata possa raggiungere la Felicità. In alcuni casi può essere richiesto di abbandonare persone care o mutilare parti del proprio corpo. Certo, a volte qualcuno reagisce male, ma è impensabile non assecondare la macchina e alla fine, nonostante le lamentele, tutti mettono in pratica i suggerimenti. Pearl è soddisfatta, a casa per rilassarsi trascorre il tempo a realizzare complicati modellini di animali estinti, le cui parti sono costituite da vero DNA. La sua vita è perfetta e felice? La sua vita sarebbe perfetta se riuscisse a capire cosa occorre per aiutare Rhett, ma Rhett non ha mai accettato di fare il test con Apricity e non sa quali siano le prescrizioni adatte a lui per essere felice, né gli importa conoscerle. Non vuole che qualcosa di meccanico gli dica come vivere. Pearl è costretta a guardare suo figlio di sedici anni e 43 chili di peso autodistruggersi. L’anoressia è la sua compagna e le terapie forzate e i ricoveri stanno solo tamponando la malattia. Lei non sa che Rhett è convinto che il proprio corpo conosca più cose della sua stessa mente e ha deciso di annientarlo lasciandolo morire di fame. Come può salvare suo figlio dalla lenta morte a cui sta volontariamente andando incontro? Forse, solo con l’inganno, ignorando le conseguenze di scelte dettate dalla disperazione. Non può chiedere aiuto a Elliot, il suo ex marito, troppo impegnato con la nuova giovane moglie e il lavoro di artista…

“Il calore del sole invernale sulla pelle” è questo il significato del termine apricity, la sensazione che, secondo i produttori della macchina, dovrebbe provare chi è felice. In questo futuro non troppo lontano dal periodo attuale esiste una tecnologia sofisticata in grado di leggere dentro alle persone e dare loro consigli per cambiare abitudini sbagliate e legami inadeguati. Per le strade esistono cabine “di riservatezza” in cui rifugiarsi per avere privacy, ambienti che possono essere modificati con ologrammi a tema, la realtà virtuale ha fatto passi da gigante. Le case sono dotate di SGD, un sistema di gestione interno che si occupa dei vari aspetti del comfort domestico, domotica d’avanguardia. Ed esiste lo “zom”, una droga da cui i giovani farebbero meglio a stare lontani. Non è un mondo perfetto, sono le relazioni interpersonali a condizionare sempre e comunque la vita della gente. Pearl, Rhett, Carter, Elliot, Valeria, Calla sono i personaggi che capitolo dopo capitolo raccontano le loro esperienze in relazione ad Apricity, volontarie o meno. La macchina e la sua tecnologia restano argomento marginale nel romanzo, che è più incentrato sui problemi e i turbamenti dei personaggi nell’arco di un paio d’anni. Uomini e donne che affrontano problemi familiari, sentimentali e lavorativi nel modo migliore che possono, a prescindere dalla tecnologia che li circonda. Momenti di dolore e frustrazione, ma anche di ironia e leggerezza si susseguono, proprio come nella vita di tutti i giorni. Katie Williams è originaria del Michigan e insegna scrittura creativa all’Università di San Francisco. Ha pubblicato i suoi racconti sulla rivista culturale “The Atlantic” – fondata nel 1857 da R. W. Emerson –, e sulla rivista “American short fiction” che pubblica autori emergenti, estratti di romanzi e racconti brevi. Prima de La macchina della felicità la Williams ha pubblicato i romanzi per ragazzi Absent e The space between trees, al momento non sono reperibili in lingua italiana, ma chissà che per il futuro qualche editore non decida di tradurli.



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