La luce del domani

La luce del domani
Traduzione di: 
Genere: 
Editore: 
Articolo di: 

Bucarest, gennaio 1941. La bambina è seduta da sola, immersa nel buio. Scossa dai brividi, si stringe le braccia al petto minuscolo e affonda il viso nel collo del maglione di lana. Cerca di ricordare le parole esatte che sua madre ha pronunciato proprio lì, sui gradini del palazzo. Le ha detto quanto sarebbe stata via? C’è ancora luce, quando i suoi genitori svaniscono dietro l’angolo, la madre trema, china in avanti, indosso il vestito leggero, il padre trascina i piedi sul marciapiedi ghiacciato, pochi passi più indietro. Un brivido la scuote quando appoggia le mani sul cemento gelido. Il vento le sferza le gambe nude, le morde la carne; vorrebbe avere una coperta, un paio di guanti, almeno il berretto, ma non sa che fine abbia fatto. Nonostante tutto questo però preferisce stare lì, in quel freddo glaciale, anziché nell’androne buio che puzza di muffa. L’odore di cavolo cotto che arriva da uno degli appartamenti le fa brontolare lo stomaco. E dire che a casa si è sempre rifiutata di mangiarlo, benché sua madre la pregasse in ogni modo e maniera di farlo, per il suo bene. Avvicina le ginocchia al petto, alza lo sguardo sul palazzo a tre piani e sugli ampi balconi tondi che incombono su di lei. No, non ha mai visto prima questo edificio. Non ha mai visto questa strada, deserta e poco illuminata, dove un unico lampione getta un alone di luce sulla neve sporca. Non si vede anima viva. È come se qualcuno avesse spento le luci di questa città un tempo così vivace, vietando qualunque movimento, saluto o risata. I suoi genitori torneranno da un momento all’altro, si dice, lanciando un’altra occhiata alla strada…

Basato su una emozionante vicenda (una vicenda di cui è necessario preservare testimonianza per imparare dalla storia), quella della madre dell’autrice, scampata al pogrom di Bucarest che vide migliaia di persone di religione ebraica tra il 21 e il 23 gennaio del 1941 essere trascinate in mezzo al gelo della strada per essere assassinate oppure torturate, il romanzo segna il riuscito e sentito esordio, nella narrativa propriamente detta, di Roxanne Veletzos, nata a Bucarest, la capitale della Romania che ancora oggi porta i segni del regime di stampo comunista che si instaurò per oltre quattro decenni a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, ma trasferitasi sin da bambina con i genitori in California, laddove si è laureata in giornalismo alla California State University prima di cominciare a lavorare per un lungo periodo come marketing manager nonché content writer. La scrittrice, dalla voce intensa e piena e dalla prosa asciutta, semplice, avvolgente, avvincente, credibile e chiara, connotata da un buon ritmo e da un’abbondanza di dettagli mai ridondanti o retorici, prende inoltre le mosse dai dati prodotti dalla commissione presidenziale sull’olocausto voluta e a lungo guidata da Elie Wiesel, secondo cui in quella che i romani chiamavano Dacia tra l’ottobre 1940 e la fine della seconda guerra mondiale vennero massacrati 380.000 ebrei, molte persone in più, per dire, di quanti siano attualmente gli abitanti di una intera regione italiana come il Molise.

0

Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER