La fine della cultura

La fine della cultura
Che cosa è accaduto all’arte e alla cultura borghese classica plasmata e diffusa nel XIX secolo dal capitalismo europeo per mezzo della superiorità tecnologica e della crescente globalizzazione della sua economia? Che cosa resta di quel sistema che generava opere preservabili – statue, quadri, libri – e spettacoli riservati a un gruppo di cultori abbonati o proprietari di palchi e poltrone teatrali? Ma, soprattutto, quale ruolo ha riservato ora alla cultura un’epoca in cui la combinazione di consumo di massa e impiego di nuova tecnologia hanno dato vita a un nuovo scenario dominato da cinema, dvd,  radio, televisione, dischi, cd e dispositivi portatili della musica? Che ne sarà del ricco patrimonio di beni e tradizione, in un mondo in cui la parola scritta ha dovuto indietreggiare dinanzi all’immagine e ai nuovo apparecchi di lettura? Quale destino attende la stampa e la comunicazione scritta in una società che inonda le nostre vite di informazioni a mezzo virtuale? E quali forme stanno prendendo il sopravvento sulle vecchie arti visive come la pittura e la scultura, ma anche il teatro, il balletto, l’opera lirica, e la musica classica la cui platea si è ormai ridotta a una nicchia per cultori e snob?
Esce postumo da Rizzoli un corposo volume di Eric John Hobsbawm – considerato il più autorevole storico di fede marxista del Novecento – che raccoglie interventi critici, conferenze e saggi in parte inediti dell’ autore britannico, dedicati al tema della cultura per come essa si è venuta modificando, alla luce delle continue evoluzioni tecnologiche e del crollo dei valori più alti della società borghese tradizionale, Dalla lettura delle sue attente analisi emerge un percorso - dai fasti della civiltà mitteleuropea fino ai fermenti più moderni, passando per le suggestioni delle avanguardie e del mito americano - nel quale le forme di espressione artistica tendono a conquistare progressivamente una maggiore fruizione, non mancando tuttavia di ibridare le proprie colte tradizioni con le nuove tendenze sorte nel villaggio mediatico globale. Piegandosi, per questa via, sempre più alle esigenze di un mercato che, con il pretesto di svincolarle da uno status di privilegio, di fatto finisce per disperdere la loro utile funzione di parametro educativo e di strumento di verità e bellezza in uno spazio controverso di suoni, immagini e parole. Una diagnosi che evoca per il XXI secolo lo spettro di una società post-culturale, nella quale fatalmente molti di noi saranno colti dalla tentazione di guardare al passato con rinnovato interesse.

 

 

 

 
 
 
 
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