La chiave dell’ascensore – L’ora grigia

La chiave dell’ascensore – L’ora grigia
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Due stanze. La prima rotonda su una torre altissima, lontana dalla città; la seconda una stanza sporca, con un letto sfatto e pochi miseri mobili. Due donne. Nella prima c’è una donna sulla sedia a rotelle, con lunghi capelli biondi che vive chiusa in quella stanza alla quale si accede solo attraverso un ascensore, la cui chiave le è stata tolta dal marito. Il suo principe che torna a casa sempre e che per amore suo, così dice, per evitarle di fare incontri rischiosi, come quello con il bel guardiacaccia, l’ha chiusa lì e le ha fatto tagliare i nervi delle gambe che ormai non le servono più. Torna sempre a casa il suo principe e ogni volta le dimostra il suo amore negandole qualcosa, a lei vittima che non riesce a far nulla per liberarsi, legata alle promesse d’amore. Isolata, sola, priva di ogni libertà, quando sembra avere perso tutto, trova la forza di ribellarsi e il suo urlo si ode fino al paese lontano… Nella seconda stanza entrano una prostituta sciupata dalla vecchiaia e il cliente che l’ha pagata per trent’anni ed è invecchiato con lei. Due linee parallele che non si sono mai incontrate, che non sono mai riuscite a parlarsi e quando lo fanno è troppo tardi, è inutile, privo di alcun senso. Non c’è speranza, ma estraniamento fino all’epilogo finale, inatteso, ma risolutore…

I temi tipici della scrittrice ungherese della famosa e dirompente Trilogia di K. si ritrovano anche in queste due pièce teatrali: la solitudine, la violenza, il sopruso, la crudezza della verità, l’incomunicabilità, il vuoto di empatia. I personaggi raccontano la storia della loro autrice che visse così sentendosi estraniata, violentata, obbligata a perdere le proprie radici, il proprio essere, avvolta dalla solitudine più bieca e costretta all’incomunicabilità perché non conosceva la lingua nel luogo dove era stata portata, dopo essere stata strappata alla sua vita dalla paura per la guerra. Nel corpo violato, nell’anima degradata della moglie de La chiave dell’ascensore c’è la narrazione della stessa realtà di vita di Agota, così si sentiva, orbata del suo stesso io, schiacciata sotto il peso di scelte imposte. Questa pièce ricorda per la sua forza d’impatto Casa di bambola di Ibsen, scritto un secolo prima, o ancora La bella addormentata di Pier Maria Rosso di San Secondo, scritto ottanta anni prima. La condizione della donna è immutata, nonostante il progresso, i cambiamenti, la storia che progredisce. La donna vive la stessa realtà annichilente, lo stesso tipo di violenza annientatrice, il suo destino non muta. L’incapacità di parlare la stessa lingua, di capirsi, costringe l’uomo e la donna de L’ora grigia a non avere che sogni e desideri di vita mancati, impedisce loro di camminare davvero uniti, allacciati, costringendoli a costruire un rapporto sulla menzogna che annulla entrambi e rende vano ogni tentativo di cambiamento. La lingua è asciutta, secca, tagliente, nuda e feroce come la verità. Agota Kristof disse che per imparare a scrivere in quel modo osservò suo figlio di dieci anni che scriveva e tentò in tutti i modi di imparare da lui quel modo scheletrico e diretto, senza veli e falsità, impudico di raccontare il reale, di dire la verità delle cose, senza nasconderla sotto falsi orpelli o inutili parole. Ci vuole coraggio per leggere questa autrice e bisogna essere disposti ad accettare la verità senza veli e con essa la sua forza distruttrice.



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