L’occhio del gatto

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Fine anni Sessanta. Il giovane Marcello è un operatore cinematografico e viaggia moltissimo per lavoro. Il suo ultimo viaggio però lo ha colpito più di tutti. In Vietnam per un mese ha visto eroismo e morte, l’orgoglio di un popolo ferito: nubi di polvere pungente, silenzi giganteschi, l’azzurro buio delle montagne e l’immensa fabbrica di corpi delle foreste. Così, una volta tornato a Roma, il “formicolio della civiltà” gli appare più ridicolo di quanto gli sia mai apparso. La sua vita di prima del viaggio la sente venirgli incontro sin dalla scaletta dell’aereo: “questa vita da niente, con la sua maestà, come fosse chissà che al termine della pianura romana” e l’idea che d’ora in poi le banalità quotidiane sostituiranno “le cose gigantesche” che si sono prodotte in lui in Asia gli risulta insopportabile. Arrivato a casa, trova il suo letto occupato da una ragazza (“una qualunque, senza importanza”), solo ora ricorda di averle in effetti lasciato le chiavi. Non sarebbe un problema, se non fosse che a casa di Marcello c’è un unico letto e lui ora è disfatto dalla stanchezza. La ragazza dorme imperterrita “con la mascherina sugli occhi, le braccia parallele al corpo, con un sonno quasi senza respiro, il lenzuolo (…) impigliato in una gamba, (…) le scarpe rovesciate sul pavimento”. Lui vorrebbe ucciderla, o almeno scaraventarla per terra, ma va in bagno, si fa una doccia e la barba e scende sotto casa per comprare il giornale e bere un caffè. Poi risale, dà un calcio al letto: la ragazza si alza senza un lamento (è “abituata a queste cose”), va a farsi una doccia mentre Marcello crolla sul giaciglio ormai vuoto e si addormenta subito, incurante del sole in piena faccia. Sa già che molto presto arriverà la donna delle pulizie che sua madre ha spedito da Mantova a sorvegliarlo e riporterà a casa il gatto. Qualche giorno dopo finisce il tempo del riposo e bisogna passare in sede a portare il girato, a guardarlo assieme all’odioso montatore. Ma soprattutto si deve andare in una certa villa alle porte di Roma, dove abita la suocera di Marcello — anzi la ex suocera, dato che la moglie lo ha lasciato. Lui la frequenta – anche se è difficile accettarlo ed ammetterlo – soprattutto perché è sua moglie Giulia in vecchio, “è il suo ritratto tra vent’anni” e le due donne portano avanti una sfida sinistra: la madre imita la figlia e si adegua disperatamente alla più gradevole copia di se stessa adottandone i trucchi, i vestiti, certe pazzie nel mettersi i capelli”…

Reduce dal grandissimo successo del suo terzo libro, La Califfa e dal Premio Campiello vinto con Questa specie d’amore due anni prima, nel 1968 Alberto Bevilacqua è uno dei giovani scrittori italiani più promettenti e raffinati, molto lontano dalla figura di opinionista televisivo e profeta del sentimentalismo in letteratura che si costruirà nei decenni successivi. Ansioso di catturare lo zeitgeist di un’Italia che sta già attraversando profondi cambiamenti culturali, imposta per il suo nuovo romanzo, questo L’occhio del gatto, quello che Vigorelli definì all’epoca “un cambiamento di pelle”, sperimentando un ritmo della narrazione quasi beat, colorando la trama di esistenzialismo e ribellismo. Sin dall’incipit “Ho sempre creduto nell’ironia”, l’autore gioca a carte scoperte: l’energia rivoluzionaria e iconoclasta che mette in campo nella vicenda è proprio l’ironia. Ironia che non è “una conseguenza del mio amor vitae, bensì della mia paura o attrazione o comunque inevitabilità della morte, un modo di prepararla”, ironia che viene utilizzata dal protagonista – un giovane ex marito che vive la sua separazione con gelosia e rabbia ma paradossalmente anche con disincanto – come arma per una vendetta crudele ma sadomasochistica, come l’ha felicemente definita Giuliano Gramigna. Ma L’occhio del gatto – sebbene sia romanzo gradevole e acuto, a tratti persino acuminato – non è passato alla storia per le sue qualità letterarie (ed è infatti oggi pressoché sconosciuto ai lettori italiani) ma per aver vinto l’edizione del Premio Strega più controversa di sempre. Con un articolo apparso sul quotidiano “Il Giorno” il 24 giugno 1968 infatti Pier Paolo Pasolini, grande favorito quell’anno con il romanzo Teorema annunciò a sorpresa il proprio ritiro dalla competizione proprio alla vigilia della serata finale: “(…) il Premio Strega è completamente e irreparabilmente nelle mani dell’arbitrio neocapitalistico. Devo rendermene complice? Un editore certamente ha il diritto di fare le pressioni che vuole: i suoi interessi sono di tipo industriale: e di fronte alla concorrenza, lo sappiamo, i «padroni», sia pure addolciti dal nuovo corso, sono capaci di tutto. I miei interessi, invece, sono di tipo culturale: il mio esser capace di tutto può consistere dunque in una sola cosa: protestare. Così mi ritiro scorrettamente dalla seconda votazione del premio per protesta: protesta contro l’ingerenza dell’editore industriale in un campo che io considero ancora, arcaicamente, non industriale”. Via libera dunque per l’annunciato secondo, Bevilacqua appunto, che però dovette a malincuore assumere lo sgradevole ruolo di “soluzione di ripiego”. Circostanza che, a oltre mezzo secolo di distanza, ci fa guardare a L’occhio del gatto con una certa tenerezza.



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