L’animale che mi porto dentro

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Caserta, 1976. Francesco e Federica, compagni di scuola alle medie, sono fidanzati. In pratica questo vuol dire poco: che sui suoi quaderni Francesco scrive F&F dentro un cuore (e chissà se lo fa anche Federica, probabile), che appena i due ragazzini incrociano gli sguardi subito li distolgono per un pudore prima sconosciuto, che ogni tanto Francesco chiama al telefono Federica per scambiare poche frasi rigorosamente non riguardanti loro due. Finché un brutto giorno Federica – dopo esser sparita per un po’, complice la fine delle lezioni – chiama a casa di Francesco e gli dà appuntamento alla Flora, un piccolo parco davanti scuola. Qui gli spiega che non sono più fidanzati perché le sembra di essersi innamorata di un ragazzo grande ma vuole che restino amici, si vedranno a scuola dopo le vacanze. Poi lo saluta dolcemente e se ne va. Francesco soffre, piange a dirotto, si sente l’ultimo al mondo, rimane sulla panchina a struggersi per ore. Poi la fame ha la meglio, il ragazzino si alza e si reca nel ristorante di famiglia a pranzare. I suoi familiari lo vedono stravolto, intuiscono qualcosa ma nessuno gli chiede niente… A vent’anni Francesco gioca a basket nelle serie inferiori. Da qualche tempo mostra i segni di una irrequietezza, una rabbia che prima non aveva. Questo lo fa essere meno razionale e tranquillo, ma lo rende un giocatore più forte e coraggioso, uno che si getta nella mischia volentieri, anzi che la cerca. Durante una partita contro una squadra di Napoli, esasperato dall’arbitraggio a suo dire sfavorevole, Francesco all’ennesimo fallo fischiato contro prende a parolacce l’arbitro e lo schiaffeggia. Immediatamente espulso, sfoga la rabbia devastando lo spogliatoio. La cosa fa sensazione, finisce sui giornali locali e Francesco non solo viene squalificato per sei mesi, ma viene convocato a Roma dalla Federazione nazionale per un processo sportivo. Sulla sua testa pende la minaccia di una radiazione, cioè di una squalifica a vita. Francesco parte con suo padre, uno dei dirigenti della squadra. Durante il viaggio non parlano mai, solo un minuto in treno, quando suo padre gli dice, come se stessero parlando da ore: “Comunque cerca di far capire che tu non sei così e che noi non ti abbiamo educato così”… Ottobre 2014. Francesco ha vinto pochi mesi prima il Premio Strega ed è stato inviato ad Helsinki per un festival letterario. Proprio nella città finlandese lui e sua moglie erano andati l’estate in cui si sono sposati, così Francesco l’ha invitata a seguirlo – cosa che la donna, che pare non interessarsi affatto alla carriera letteraria del marito, non fa mai – e lei stavolta ha accettato. La coppia si reca all’ambasciata, dove è previsto un ricevimento per tutti gli autori italiani, e qui la moglie nota una importante novità. Molti si girano a guardarli, anzi per la precisione si girano a guardare Francesco. Le persone lo ascoltano con attenzione, le donne gli sorridono. La donna, che non considera il marito certo un adone e non ha mai sopravvalutato – eufemismo – la sua attività di scrittore, è sinceramente stupita. Ad un certo punto, “una scrittrice si avvicina con atteggiamento divertito, indica una donna dall’altra parte della sala dicendo che è la sua traduttrice finlandese” e le ha chiesto di dire a Francesco che “scapperebbe volentieri” con lui, poi consegna allo scrittore un bigliettino su cui la traduttrice ha scritto il suo numero di cellulare. Più tardi, in albergo, dall’episodio scaturisce una discussione spiacevole e dolorosa tra Francesco e la moglie. Lei, tra l’altro, gli dice “con sincerità ma anche con un po’ di astio” che si sente forte il pericolo che lui ormai “si senta stocazzo”. E lui sa che è vero, non lo avrebbe mai immaginato ma adesso si sente stocazzo. Ora sa cosa vuol dire sentirsi l’ultimo al mondo e cosa vuol dire sentirsi stocazzo. Quello che vuole capire meglio ora è da dove nasca quella forza oscura che ha sempre avuto dentro…

Francesco Piccolo tira nel mercato editoriale, come si farebbe con una bomba a mano, un romanzo che pare un memoir ma che, a sentire lui, non sarebbe una vera e propria autobiografia, bensì la vita credibile di una sorta di se stesso alternativo. Il dubbio che questo distinguo rappresenti una semplice (e forse necessaria) tattica difensiva c’è, ma in fondo che gli aneddoti raccontati nel libro siano esattamente quelli della vita dell’autore non è poi così essenziale. Perché la vera intimità violata qui sta nei pensieri, non nei fatti. Con un coraggio che rasenta la temerarietà, Piccolo mette su carta il mondo interiore di noi uomini, la ossessiva litania di porcate che recitiamo tra noi alle spalle delle donne da mattina a sera, quella bestiale voce interiore che ognuno di noi ha in testa, “una specie di rumore di sottofondo costante, il tappeto sonoro di qualsiasi attività durante una giornata e allora qualsiasi donna interessante tu incontri durante la giornata, per tutt’altri motivi, c’è un ronzio sotto che ti spinge a pensare com’è, cosa farà, la scoperò, la scoperei”, il fascino proibito della predazione, della spietata rapacità; e assieme racconta la fame di violenza, la necessità puramente e sfacciatamente egoistica di autoaffermarsi a scapito di chiunque e qualsiasi cosa. È questo nero coacervo di arcaiche pulsioni l’animale del titolo – che cita un verso di Franco Battiato – e gli uomini “nel tentativo di essere diversi, nel combattere” contro questo animale “si ritrovano a essere più complicati, più infidi, meno chiari, accompagnati da mille spiegazioni e distinguo”. Ma dichiarare di combatterlo, di arginarlo, di cercare di superarlo ed esorcizzarlo a quanto pare non è sufficiente, e Francesco Piccolo si è trovato dopo l’uscita del libro a subire i veementi attacchi di giornaliste e lettrici che sono arrivate ad accusarlo di apologia dello stupro e comunque di propagandare un’idea paleolitica della mascolinità, e peggio ancora i penosi distinguo di giornalisti e lettori che si sono affannati a dissociarsi da questa visione e, aggiungo io, anche dalla loro stessa natura. Non c’è solo il racconto della “sua” vita sentimentale e di questa forza che come il liget, lo “spirito nello forza che sperma” del popolo degli Ilongot, è rabbia, forza oscura e incontrollabile che sale dal profondo, nel libro dello sceneggiatore e scrittore casertano. È inevitabile che mappare questa sorta di “mascolinità collettiva” significhi anche descrivere un immaginario collettivo. Ecco quindi che Piccolo, intervallandoli alla narrazione senza soluzione di continuità inserisce approfondimenti su una serie di libri e film decisivi per la sua formazione: La squadra di stoppa di Emilio De Martino (un libro per ragazzi del 1941), Malizia di Salvatore Samperi (il film che ha lanciato la stella di Laura Antonelli e che racconta il torbido mènage à trois tra una cameriera, il suo datore di lavoro e il di lui figlio quattordicenne), Le tigri di Mompracem di Emilio Salgari (“lo scardinamento del cuore d’acciaio di un uomo feroce” per amore di una fanciulla sedicenne, Marianna, la Perla di Labuan), Amore senza fine di Franco Zeffirelli, uno dei film più melensi della storia del cinema ma che fa riflettere sull’ineluttabilità della fine dei primi amori e infine Fiesta di Ernest Hemingway, che in qualche modo avvicina impotenza e sentimentalismo, suggerisce – o richiama – la divisione netta tra amore (casto) e sesso (bestiale) che è quasi un archetipo. L’immagine più tenera e più grottesca al tempo stesso, quella che contiene il senso più profondo? L’autore seduto sul divano di casa davanti alla tv tra il padre anziano in preda ormai alla demenza senile, che sta sempre con le mani nelle mutande a toccarsi, e il figlio pre-adolescente, che sta sempre con le mani nelle mutande a toccarsi. E lui in mezzo a viverla male ma al tempo stesso a sapere che “sono stato così, che sarò così, e che sono in qualche modo ancora e sempre così”.

LEGGI L’INTERVISTA A FRANCESCO PICCOLO



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