Il mio cuore le restò sulle labbra

Il mio cuore le restò sulle labbra

Quello che stupisce Fabrizio De André, stando a quel che dichiara a Luigi Viva ormai quasi trent’anni fa, nel 1992, del mondo dei carruggi – le caratteristiche stradette che si inerpicano per Genova, brulicanti della più varia e viva umanità – è l’abitudine alla sofferenza e dunque la solidarietà. Gli abitanti sono solidali – un po’ alla stessa stregua, cambiando quel che si deve, di quello che l’immaginario collettivo romanticamente e con non troppo senso della realtà si figura che accada in generale in tutti i rioni popolari e dunque accoglienti, consapevoli di cosa significhi davvero la miseria – in qualunque occasione, perché si tratta di sottoproletariato, ossia nemmeno di una classe precisa, agguantabile da quelli che sono i partiti politici tradizionali, ma un mondo in qualche misura in difesa dallo stato, e nel quale De André sguazza dentro. All’epoca in cui li frequenta ha già delle idee politiche precise derivate da Brassens che ascolta da mattina a sera grazie ai dischi che il padre gli porta dalla Francia. Sono dischi in cui Brassens descrive, benché residente altrove, la medesima umanità che De André ritrova nei vicoli di gente che parla un dialetto vischioso non imposto dall’alto, simile, come tutti gli idiomi naturali, ai luoghi che quella comunità abita, e dunque paragonabile al lepego, ai legni scivolosi dei moli e dei porti…

In un mondo come quello d’oggi sempre più invidioso, violento, cattivo, rissoso, rabbioso, razzista, egoista, in cui (come siamo arrivati a questo punto?) non ci si vergogna più di augurare a qualcuno il male o di morire di fame vomitando odio ai quattro venti persino attraverso i mezzi di comunicazione di massa e si abbandonano poveri disperati in cerca di futuro – esattamente come sono stati tanti dei nostri antenati, anche se il benessere, che comunque abbiamo di norma, nonostante i problemi comuni, ci fa comodamente credere di aver perso la memoria – in mezzo al mare come se fossero loro la causa dei nostri reali o presunti guai mentre non sono altro che il perfetto capro espiatorio per le inadeguatezze dei veri delinquenti, la lezione di Fabrizio De André (scomparso vent’anni fa), coltissimo cantautore, poeta, scrittore, cantore degli emarginati, di Marinella e non solo, esponente di punta della cosiddetta scuola genovese e apprezzato anche da intellettuali come Luzi, è più necessaria che mai. Tommaso Gurrieri, editore e fondatore di riviste cui si debbono, oltre a numerosi libri e saggi e decine di traduzioni dal francese, anche due riuscite biografie di Enrico Berlinguer e Totò, e per il quale pare che la definizione di eclettismo con ogni evidenza sia stata davvero addirittura inventata, visto che, nato come lui stesso dice durante l’alluvione di Firenze del 1966, ricordata soprattutto per gli angeli del fango, i ragazzi che volontariamente si gettarono in mezzo alla melma per salvare l’inestimabile patrimonio culturale dei libri della biblioteca nazionale, ha esercitato pressoché qualsivoglia professione lecita, fa rivivere brillantemente Faber. È proprio lui a parlare, in prima persona, direttamente, a raccontare e raccontarsi, con la sua voce policroma e ricchissima di accenti, livelli di lettura, chiavi di interpretazione, riprodotta grazie a un approfondito studio e a una dettagliatissima ricerca che diventa testimonianza etica, politica, sociale, culturale.



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