Il mio anno di riposo e oblio

Il mio anno di riposo e oblio
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Manhatthan, Upper East Side, 2000. La risata di Whoopi Goldberg dal VHS riempie la stanza in penombra. Sul divano dorme una ragazza. Bionda, magrissima, sola. Intorno, cibo e alcol. Il suo è un sonno profondo, chimico, risultato di un mix di farmaci lucidamente calcolato. Ogni tanto si sveglia, scende al piccolo negozio di alimentari sotto casa, compra il necessario a tenerla in vita durante quello che ha deciso sarà il suo letargo, che durerà un anno. Ogni tanto sulla scena (il suo salotto) irrompono i tacchi e i discorsi fatui di Reva, la sua migliore amica, alla costante ricerca dell’outfit perfetto e di qualcuno che la approvi, o un uomo narcisista e misero, Trevor. Presenze residue di una vita precedente, dolorosamente intollerabile, tanto da convincerla che la scelta migliore sia quella di schiacciare il pulsante “pausa”…

Non male come idea no? Quella di mettere in pausa il dolore e la fatica di essere vivi. Benché privilegiati, sì. O forse proprio perché privilegiati. Insomma, lasciamo che un anno passi prima che tutti i nostri pensieri autodistruttivi ci autodistruggano per davvero, un anno di sonno per poter rinascere: “Avrei potuto diventare un’altra persona, ogni cellula rigenerata tante volte così che quelle vecchie sarebbero state solo memorie sfocate, distanti”. Un anno di sonno e ci si sveglia luminose, magari più sane. Non male l’idea di Ottessa Moshfegh (che non ci svela il nome della protagonista) caso letterario americano al suo secondo romanzo (il primo è stato Eileen, nel 2015) che si tiene stretto tutto il superfluo di questa bionda, alta, magra ventenne dell’Upper East Side, una laurea alla Columbia University, un lavoro in una galleria d’arte a Chelsea, insomma uno stereotipo perfetto, deprecabilissimo, che per 230 pagine ci convince a continuare a leggere la storia della sua ossessiva ricerca del sonno, tra allucinazioni e peregrinazioni da una psichiatra irresponsabile e compiacente (e perfettamente caratterizzata: non la vedete la faccia della dottoressa Tuttle? Non lo vedete il pulviscolo che aleggia nello studio di questa psichiatra di Manhattan con il collare?). E quanto più sono caratterizzati i personaggi minori di questa storia, tanto più ci accorgiamo di quanto siano evanescenti i contorni in cui viene lasciata la bella addormentata newyorchese. Non ci serve sapere da dove viene e dove è diretta, non ci serve empatizzare con lei, non è quella la finalità della Moshfegh. Quello che serve è un anno di riposo e oblio per lei e per noi, inguaribili voyeur del dolore altrui, serve restare lì freddi e distaccati a vedere fino a dove può spingersi il tentativo di nascondersi dallo sguardo crudo della vita, e in che modo assurdo lei ci accoglie con il suo “Ben svegliata cara”.



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