Il gusto di uccidere

Il gusto di uccidere
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Nella sala dello Stockholm Grotesque, ristorante pluristellato, sta per svolgersi la consegna dell’ambito premio “Il cuoco d’oro”. Negli ultimi dieci anni il premio se lo è aggiudicato Florian Leblanc, ma voci sempre più insistenti danno per certo che il vincitore sarà questa volta il suo ex socio, ora acerrimo rivale, Jon Ragnarsson. La domanda che tutti si pongono in realtà è: come la prenderà il perdente? Si presenterà comunque alla cerimonia? Sempre che i rumours sul premio siano corrispondenti a verità, naturalmente. Solveig Berg, ex giornalista d’assalto finita a fare la cameriera e la blogger occupandosi di moda, da un po’ lavora per Vanja Stridh, critica gastronomica che ha fondato “Dark Table”, un sito che fa le pulci al mondo dell’alta gastronomia, e che è stata del tutto a sorpresa designata per essere colei che proclamerà il vincitore. Poco prima che la cerimonia inizi, quando Vanja è già sul palco, si spengono le luci e uno sparo echeggia nella sala. Quando si riaccendono le luci, nell’inevitabile caos, Solveig avvicinandosi al palco scopre con orrore che ad essere stata colpita è proprio Vanja. Mentre attendono i soccorsi, la donna in qualche modo riesce a sussurrare a Solveig di cercare l’eternit. Comprensibilmente sconvolta dall’accaduto, la giovane fatica a capire cosa possa legare l’eternit al loro mondo, comincia a cercare freneticamente e nel giro di pochissimo si rende conto che poche ore prima della cerimonia, Vanja ha cancellato il sito “Dark Table” e ogni possibile contenuto dal web…

  È un thriller adrenalinico e compulsivo questo, che riesce ad essere a tratti anche claustrofobico. Sia la giornalista che gli altri personaggi, direi nessuno escluso, sono caratterizzati da comportamenti borderline e quasi autolesionisti. Decisamente lontano, lontanissimo dal giallo scandinavo che siamo abituati a leggere: dimenticatevi Stieg Larsson, Henning Mankell, Jo Nesbø e chiunque altro scriva noir a nord dell’Inghilterra, l’unica cosa in comune è la neve, che abbonda anche qui. Per il resto siamo proprio ad anni luce di distanza. La Lindberg ci porta in una Stoccolma che vorrebbe/potrebbe essere New York, cosa che del resto aveva già fatto con il precedente romanzo – ambientato nel mondo dell’alta moda ‒, capitale di una Svezia per noi inedita, un Paese che nonostante nell’immaginario collettivo sia disinibito, aperto ad ogni novità e di ampie vedute, in realtà è pieno di gente che vorrebbe essere altro, sempre tendente all’ammirazione e all’imitazione delle grandi metropoli straniere, che tenta l’omologazione attraverso quell’impersonale tocco di glamour che a mio parere appiattisce tutto rendendo un ristorante stellato di Londra uguale a uno di Tokio o di Milano. Notevole il coupe de théâtre relativo allo chef Leblanc e alla sua storia, il modo in cui si incastra con le vicende degli altri protagonisti. Nota a margine per i maniaci della plausibilità (sì, esistiamo!): per ragioni sceniche in alcuni punti la storia si prende qualche libertà, forse di troppo, nei confronti della realtà.

LEGGI L’INTERVISTA A HANNA LINDBERG



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