Il grande mediatore

Il grande mediatore

A dar retta a un vecchio faro, lo storico Attilio Milano, autore del basilare Storia degli ebrei in Italia [Einaudi, 1963], Tranquillo Vita Corcos è stato “la figura di rabbino più espressiva che il ghetto di Roma produsse lungo tre secoli”: nelle parole della professoressa Marina Caffiero, autrice di questa singolare monografia, Tranquillo Corcos è stato “il vero leader dell’ebraismo romano e italiano tra la fine del Seicento e tutti gli anni Venti del Settecento, specialmente per il suo ruolo di difesa dei diritti degli ebrei e per i rapporti stretti e positivi intrattenuti con le autorità ecclesiastiche e con i pontefici”; per la Jewish Encyclopedia, la storia di Corcos si identifica, sic et simpliciter, con la storia degli ebrei di Roma a cavallo tra Sei e Settecento: e tuttavia, nonostante Corcos sia tanto considerato e venga, a quanto pare, periodicamente nominato qua e là, nelle ricerche storiche, mancava uno studio complessivo su di lui; a colmare la lacuna è stato Il grande mediatore. Tranquillo Vita Corcos, un rabbino nella Roma dei papi, la prima monografia dedicata a questo leader carismatico, dall’intelligenza sottile e dai notevoli talenti diplomatici e politici, in genere: una figura “complessa e a volte enigmatica”, caratterizzata da una “indefessa attività di difensore degli ebrei”. Corcos [1660-1730] veniva da sangue sefardita, spagnolo; apparteneva a una famiglia di ricchi banchieri e mercanti, esuli a Roma dopo le espulsioni del 1492-97, protagonisti per diverse generazioni nella vita amministrativa, economica e spirituale della comunità romana; il nonno, Hezekiah Manoah Corcos [1580-1650 circa] era stato un celebre talmudista. In famiglia, non erano mancati i convertiti, “Boncompagni”, agognati dal Vaticano per il prestigio della casata e per il loro benessere; si distinsero nella comunità romana, nel tempo, mantenendo vivi legami con i Corcos, “nonostante i divieti formali di reciproca frequentazione”. La Caffiero ipotizza che “proprio le numerose conversioni di famiglia avvenute in un passato non tanto lontano abbiano consentito al rabbino Corcos una vicinanza e una famigliarità con i pontefici del suo tempo, forse mediata proprio da quel passato e da quei parenti”. Scandagliando i numerosi memoriali di Corcos superstiti – sembra non esista ancora un repertorio completo: si trattava quasi sempre di testi stampati addirittura dalla Camera Apostolica, quindi con l’approvazione papalina – emerge non soltanto la cultura (“sacra e profana”) del rabbino, ma l’autorevolezza internazionale: “Era la più alta autorità dottrinale e morale a cui si rivolgevano tranto gli ebrei, italiani e stranieri, per consulti e decisioni su diverse materie, quanto i poteri cristiani, fino agli stessi pontefici, con cui intratteneva relazioni frequenti e di fiducia, secondo la linea politica di equilibrio, conciliazione e pacificazione con la società maggioritaria da lui sempre perseguita”. Veniva addirittura sensibilizzato dagli ebrei di Praga a battersi per il rogo del Talmud eretico, fatto pubblicare da quelle parti dai seguaci della setta di Shabbatai Tsevi; en passant, riusciva a chiedere che venisse stampato quello pubblicato altrove. La Caffiero ricorda che di lui rimane anche un ritratto “ironico ma bonario” del 1723, opera del pittore e caricaturista romano Pier Leone Ghezzi, “Rabbì Corcos uomo dotto assai”, apprezzabile perché restituisce un’estetica quasi da borghese gentile dell’epoca; fatto di rilevanza simbolica indiscutibile. Scrisse un libro – un trattato sulla festa di Purim, “la festa delle identità nascoste, di ebrei che fingono di non esserlo (i marrani), di persone che si propongono in modo diverso da quello che sono in realtà”, e dunque sulla storia biblica della regina Ester. Fondò la prima Accademia di Roma ebraica, probabilmente assecondando influssi veneziani, e vi pubblicò varii discorsi; fu uno dei primi autori moderni impegnati a scrivere in difesa degli ebrei contro l’accusa di omicidio rituale e di assolvere ogni credenza e pratica ebraica dal sospetto di superstizione o magia, “specialmente sul piano dottrinale”, “non senza ambiguità e dissimulazioni”...

Marina Caffiero, già docente di Storia Moderna alla Sapienza di Roma e autrice di saggi come Storia degli ebrei nell’Italia moderna [Carocci, terza ristampa 2017], Legami pericolosi. Ebrei e cristiani tra eresia, libri proibiti e stregoneria [Einaudi, 2012] e Battesimi forzati [Viella, 2004, tradotto in inglese e in francese], ci ha restituito, con questo saggio apparso nella collana “Studi storici Carocci”, una figura fascinosa e carismatica, destinata a fare breccia nei cuori degli ebrei romani (e dei romani, e degli ebrei in genere); Tranquillo Corcos, col suo spirito e la sua sensibilità, è un personaggio di eccezionale modernità, astuto, umano e orgoglioso come ci viene raccontato. “Tranquillo di nome e di fatto”, sembra suggerirci la studiosa, e tuttavia sottile, capace di funambolismi e di sofisticatezze di vario genere; un’eminenza grigia, amata e considerata ben al di là di Roma, vissuto in un periodo storico delicato. Su “Avvenire”, Marco Roncalli ha osservato che “la sua confutazione delle malevole rappresentazioni della ritualità ebraica si accompagnava alla preoccupazione di presentarne versioni accettabili, senza tracce di superstizioni, impronte demoniache, esoterismi. E tuttavia, anche per Corcos, scandagliando gli scritti, non si può non vedere la coesistenza di una visione razionalista ed una legata alla Kabbalah. Modernità e mistica di un leader dell’ebraismo italiano”: questo elemento mi pare particolarmente suggestivo, e destinato a fertili approfondimenti in contesto ebraico: la Caffiero, come si vede, è andata a seminare in diversi terreni, con una certa grazia. Su “Moked. Il portale dell’ebraismo italiano”, Adam Smulevich ha osservato che nel saggio “emergono le capacità strategiche di un leader che seppe muoversi abilmente anche sul piano della dissimulazione. Quindi anche a costo di ricorrere a ‘una sorta di riduzionismo dogmatico e dottrinale, finalizzato a presentare le due religioni, l’ebraica e la cristiana, come assai più affini e somiglianti di quanto generalmente si ritenesse (e fosse), anche sul piano teologico’. Un’arte della mediazione a lungo sottovalutata dagli storici ‘anche nei suoi significati teologici, oltre che negli effetti sulla vita degli ebrei’”. Ragione per considerare questo saggio non soltanto una lettura complementare, un diversivo e una nutriente integrazione alla storia ebraica e alla storia della città di Roma; ma – cerchiamo di dirlo con le parole giuste – una storia esemplare, paradigmatica di come ci si possa rispettare e volere bene nelle reciproche diversità e nelle rispettive complessità, animando una dialettica vivace e incandescente senza antagonismo e senza acredine: con arte.



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