Il codino del Barone di Münchhausen

Il codino del Barone di Münchhausen

“Se i fatti non concordano con la teoria, allora tanto peggio per i fatti”, avrebbe detto Hegel. In altri termini: se una teoria viene a un certo punto accettata come “vera”, i fatti che la contraddicono devono essere senza significato oppure sbagliati, o – cosa ancora più pericolosa – possono condurre a un raffinamento della teoria ma non alla sua verifica “dai fondamenti”. Solo una “rivoluzione scientifica” nel senso inteso da Kuhn (1973) rende possibile tale verifica. È indubbio che la controversia sull’essenza e il trattamento dei disturbi schizofrenici (nonché di tutti i disturbi funzionali) sia proprio di questa sorta. Si dedica molto tempo e si scrivono tanti libri e articoli per dimostrare inoppugnabilmente che una determinata teoria è giusta e tutte le altre sono quindi sbagliate. Ma lo scopo della ricerca scientifica non è e non può essere la scoperta della verità. Per la verità eterna non vi è posto nella scienza – soprattutto non in un campo tanto enigmatico come quello dell’esperienza psichica e spirituale. L’unico criterio plausibile è se un approccio è più o meno efficace di un altro…

Il sottotitolo – Ovvero: psicoterapia e “realtà” – Saggi e relazioni – chiarisce sin dalla copertina quale sia l’approccio attraverso cui anche in questo testo, pubblicato per la prima volta trentuno anni fa, l’autore affronta e indaga in profondità ma con un linguaggio accessibile anche a chi sia completamente profano in materia, il tema centrale, ossia la natura e le forme delle relazioni umane, la regolarità e le patologie dei sistemi relazionali, le forme patogene di comunicazione, la trasformazione dell’immagine umana nella psichiatria, il trattamento delle patologie e via discorrendo. E lo fa prendendo simbolicamente le mosse da un noto personaggio reale del diciottesimo secolo, celebre per i suoi inverosimili racconti e ispiratore di tantissima letteratura e filmografia oltre che del nome di un disturbo psichiatrico in cui le persone colpite fingono una malattia o un trauma psicologico per attirare attenzione e simpatia. Si tratta, del resto, di uno dei titoli più conosciuti di Paul Watzlawick, che, di origini austriache ma naturalizzato americano, laureatosi in Ca’ Foscari, docente, fra l’altro, del dipartimento di Psichiatria e scienza comportamentale dell’Università di Stanford, California, presso Palo Alto, della cui scuola di psicoterapia fu uno dei massimi esponenti, vissuto a cavallo tra il Novecento e gli anni Duemila, seguace del costruttivismo, che ritiene che la conoscenza sia una costruzione dell'esperienza personale e non la rappresentazione di una realtà indipendente, e fautore della psicologia fondata sul concetto di sistema, ossia un insieme di parti che costituiscono tra loro relazioni tali che il comportamento di esse risulti determinato dal legame in cui sono coinvolte, è uno dei maggiori sociologi, psicologi, filosofi e studiosi della comunicazione della storia.



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