I comandamenti della montagna

I comandamenti della montagna

Don Angelo è stato convocato dal suo collega, l’anziano Don Sisto. In quell’ufficio, così piacevolmente tiepido in quel giorno del gennaio del 1942, si sente raccontare dall’anziano prete qualcosa a proposito del saggio scritto da un teologo sul fatto che la causa principale del disordine di quello specifico momento sta sull’uso improprio che l’uomo fa della ragione. “Come dovremmo comportarci noi uomini di Chiesa?”. Un giro di parole, alla fine, che serve all’anziano sacerdote per arrivare a dire: “Penso che tu abbia intuito il motivo per cui sei qui”... Gli chiede, infatti, di un certo Simone Landolfini che con l’aiuto di Don Angelo si preoccupava di dare rifugio e poi una via di fuga a ebrei e ricercati politici. Una soffiata ha segnalato ai carabinieri un’attività clandestina in chiesa, per cui era quanto mai necessario nascondere il prima possibile libri, giornali, volantini e soprattutto la stampatrice che era stata allestita proprio nel sotterraneo della sua parrocchia. “La casa di Dio è aperta a tutti, non solo a ricchi e potenti, ma anche a ladri e prostitute, dicono le Sacre Scritture”, ma affermando questo è come se Don Angelo ammetta a Don Sisto il suo essere parte in causa nell’attività sovversiva, tanto che viene disposto il suo trasferimento a Gualdo, un piccolo paese tra le colline nella valle tra Lucca e Viareggio. Quella chiesa è esattamente quella dalla quale era partito, quella del suo paese dove ha fatto il chierichetto, una specie di ritorno a casa dove scontare la sua colpa perché un prete alleato a un giornalista nella diffusione di idee clandestine è uno scandalo che non può diventare pubblico...

Si parla ancora di Seconda Guerra Mondiale, ma anzi, se possibile, questo evento viene arricchito di nuovi particolari, di nuovi aspetti, come la vita sulle Alpi Apuane, tra Resistenza, Chiesa e popolazione contadina, spesso reale vittima della situazione e non soltanto perché soggetta a rastrellamenti e fucilazioni per “vendetta” da parte dei fascisti o dei nazisti, ma anche perché spesso costretta, con la forza, a dare quel poco della resa dei campi che era destinato alla propria sopravvivenza. E di certo la meschinità di chi li derubava, stando nascosti nella montagna, non fa onore. Sono quelli che si sono arricchiti sulla pelle degli altri, quelli che hanno fatto delle ristrettezze comuni la propria fortuna, ovvero quelli del cosiddetto “mercato nero” che solo con denaro (e tanto) vendevano cibo che avevano avuto facilmente, attraverso costrizioni e razzie. Molti gli aspetti su cui riflettere, molti gli episodi, le situazioni, i personaggi. E i comandamenti della montagna arrivano da qui, un po’ parafrasi di quelli religiosi, un po’ come risultante degli anni di vita vissuta in una guerra indesiderata, accanto ai più deboli, spesso inadatti e impreparati ad affrontare il nemico, come è capitato a questi uomini che conoscevano la montagna come le loro tasche, ma nonostante tutto, a volte, non sono riusciti a portare a casa la pelle. Un’organizzazione che le montagne hanno protetto, anche se non sempre, con messaggi via radio da postazioni di fortuna, ma che da quelle altezze potevano superare molti più confini e un’attesa costante di essere liberati dall’odiato nemico, con la speranza che gli americani fossero sempre più vicini.



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