Hurricane

Hurricane
1980. “Nella prigione di Stato di Trenton, Casa della Morte era il nome con cui era nota a tutti la casamatta di cemento e mattoni che ospitava, in celle piccolissime, i condannati alla pena capitale”: tra il 1907 e il 1972 la sedia elettrica di Trenton ha bruciato la vita di 160 persone, ma ora un Centro visitatori abbastanza confortevole ha preso il posto della Casa della morte: i detenuti qui possono abbracciare figli, genitori, amici, mogli (in questo caso è concesso anche molto più di un abbraccio, con la complicità di accondiscendenti secondini che guardano altrove per un po'). Ma all'ex divo della boxe Rubin Carter questo non importa: lui si rifiuta ostinatamente di adattarsi alla sua condizione di carcerato, lui si dichiara innocente, non si rassegna, continua la sua battaglia per uscire. Nel 1967 è stato giudicato colpevole di triplice omicidio, e si è beccato un triplo ergastolo. Nel 1976 la condanna è stata revocata, ma l'anno successivo gli sono stati riassegnati i tre ergastoli. Da allora Carter non riceve visite, non vuole vedere nessuno. Quel giorno, ultima domenica dell'anno, ha deciso di fare un'eccezione: verrà a trovarlo a Trenton un suo giovane amico di penna, un 17enne di Brooklyn che abita in Canada, Lesra Martin, che dice di aver letto l'autobiografia del pugile nero La sedicesima ripresa e di essersi appassionato al suo caso. Quando i due si incontrano, a Lesra viene in mente un verso di “Hurricane”, la canzone che Bob Dylan ha dedicato a Rubin Carter: “But then they took him to a jailhouse/ Where they tried to turn a man into a mouse”...
Il 17 giugno 1966 alle 2,30 di mattina, due uomini di colore armati fanno irruzione nel Lafayette Bar and Grill di Paterson, New Jersey, sparando all'impazzata. Uccidono una donna e due uomini, ferendone molto gravemente un altro. La polizia poco dopo ferma Rubin Carter (il divo dello sport locale, un pugile peso medio di buon livello con la fama di attaccabrighe e la fedina penale tutt'altro che immacolata) e il suo giovanissimo amico John Artis che bighellonano in automobile e nonostante non sia stata raccolta alcuna impronta digitale né effettuato un test della paraffina e il ferito neghi alcun riconoscimento i due vengono fermati. In circostanze molto sospette che fanno pensare a una manipolazione delle prove, solo successivamente vengono rinvenute due armi compatibili con la sparatoria nel cofano della loro auto. È la testimonianza - anche questa molto controversa - di un ladro che afferma di aver visto gli assassini fuggire dal luogo del delitto mentre lui era 'al lavoro' a dare la svolta alle indagini e a determinare l'arresto e l'incriminazione di Carter e Artis. Le molte ombre del processo al pugile nero e al suo amico - e l'opera del genio della comunicazione George Lois, appassionato al caso - contribuiscono negli anni a generare una  grandissima attenzione nel pubblico e la mobilitazione di vip impegnati nella lotta per i diritti civili del calibro di Bob Dylan e Muhammad Ali. E intanto l'iter giudiziario va avanti... Questo libro di James S. Hirsch, ex reporter di New York Times e Washington Post, nasce nel 1998 in un vecchio albergo dalle parti di Gramercy Park: qui il giornalista incontra ripetutamente Rubin Carter e registra i suoi ricordi, le sue impressioni, la sua rabbia. Interessante (e indicativo) che il saggio cominci dal fortuito incontro con Lesra Martin che finirà per salvare la vita a Carter e al suo amico, dato che sarà proprio quel ragazzo gracile a mettere l'ex pugile in contatto con il team legale che negli anni '80 riuscì a far annullare i processi subiti senza che i procuratori della contea di Passaic riuscissero a organizzare uno nuovo, portando all'archiviazione del caso. Con il tono del reportage giornalistico che diventa spesso e volentieri orazione civile (l'approccio è innocentista al 100%), Hirsch sviscera ogni aspetto di una vicenda che ancora oggi a dire il vero presenta lati oscuri ma che è utile (e piacevole, grazie a questo libro) conoscere e valutare.

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