Gran Circo Taddei e altre storie di Vigàta

Gran Circo Taddei e altre storie di Vigàta
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È il 1930 e il venditore d’abiti Francesco Firrera, detto Ciccino o Beccheggio, si reca come a ogni cambio di stagione da Palermo a Vigàta, per mostrare le novità della moda. Le donne attendono con trepidazione le sue visite, le clienti sono pronte a comprare abiti nuovi e ricevere in casa Beccheggio senza che i mariti ne risentano, infatti il venditore è di una bruttezza tale da tenere tutti tranquilli. Per questa ragione donna Gaetana Buccè, segretaria della sezione femminile fascista, odiata dalle donne di Vigàta per le sue prepotenze, rimane stupita quando iniziano a circolare voci sugli incontri erotici tra Beccheggio e le mogli dei gerarchi, in particolare quando in seguito a un suo tentativo di seduzione viene respinta… 1943: a Vigàta si respira aria nuova, ora che l’ingerenza fascista è stata eliminata. Si torna a ballare e a giocare d’azzardo nei circoli segreti. In quelli del popolo le puntate non sono granché, ma in quelli dei ricchi il denaro gira con cifre sorprendenti ed è difficile essere ammessi senza i dovuti controlli. Basta una leggerezza, un errore di giudizio per finire raggirati e rischiare… 1960. Il giovane ingegnere Ninuzzo ha appena perso il padre per un incidente sul lavoro e la madre, malata a causa del lutto, chiede al figlio di sposarsi e darle un nipote. Il ragazzo non è interessato più di tanto alle donne, ma per accontentarla chiede l’intercessione di una sensale che gli trova la ragazza adatta. Il matrimonio viene celebrato, ma la vita nuziale è fin troppo focosa per le forze di Ninuzzo che cerca di sfuggire alla vogliosa moglie… 1940: il proprietario del circo equestre Taddeis desidera prenotare lo spiazzo di piazza Cavour a Vigàta, per allestire il tendone e presentare lo spettacolo con i cavalli, il leone e i trapezisti. Non ci sono problemi, solo un’unica richiesta da parte del Prefetto comunale in osservanze alla direttiva di Mussolini che vieta l’uso di nomi stranieri. Quella “s” finale deve sparire dal cognome Taddeis, basta un pezzo di carta adesiva sui manifesti…

Otto racconti ricchi di elementi comici, contrattempi e personaggi che smaniano per trarre beneficio dai loro difetti. Una moltitudine di uomini e donne che vivono momenti storici e politici diversi, si confrontano con le convenzioni sociali e aspirano a soddisfare i propri desideri e, perché no, l’astuzia con cui affrontano i loro guai aggiunge quel pepe in più alle situazioni. Persino nei momenti più drammatici di questi racconti, Andrea Camilleri strappa un sogghigno al lettore, unito a un guizzo di compassione. Molti sono i riferimenti critici al fascismo, data l’ambientazione storica di alcuni racconti. Pur restando sullo sfondo, il periodo mussoliniano viene tirato in ballo e ne vengono messe in luce le ridicolaggini e le ipocrisie strappando, è inevitabile, una risata. Le donne che si concedono agli amanti per generare quei figli necessari all’esenzione dalle tasse o alle promozioni dei mariti incapaci di adempiere alla faccenda. E i numerosi bimbi chiamati Benito, così da garantire riconoscimenti al prefetto e guai per quei genitori che osano proporre nomi diversi. E il tutto si svolge nell’amata, immaginaria e colorata Vigàta, luogo di vite che si incrociano, uomini un po’ impacciati, donne seducenti, madri chiocce che non mollano i figli nemmeno quando sono uomini fatti. Eventi del passato ripresi in questi racconti, a testimoniare chi siamo stati, elementi che nel 2011 sono valsi alla raccolta il Premio Nonni e Nipoti, dato il garbo da cantastorie con cui Camilleri preserva attraverso le sue parole e i suoi personaggi la memoria di quegli anni, donando a ogni pagina un sapore fiabesco.



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