Giorni meravigliosi

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Quando arriva la diagnosi, Hannah ha solo cinque anni; anzi, non ancora, manca giusto una manciata di settimane. Tom, padre single da un anno circa, da quando la moglie Elizabeth se ne è andata perché non si sentiva adatta al ruolo di madre, è comprensibilmente sconvolto. Hannah è solo una bambina e, benché lei stessa abbia capito che qualcosa non va per via di tutte quelle visite in ospedale, per la continua stanchezza che la affligge e per quello sguardo del padre, Tom ha il preciso compito di proteggerla, di difenderla, ancora di più di quanto già non abbia fatto nei suoi primi anni. E questo diventa, nel corso degli anni, il suo obiettivo principale: far sì che la figlia ogni giorno sia felice e renderle la vita, tutta quella che avrà da vivere, il più possibile magica. Ma Hannah cresce e, se da bambina vedeva il padre come un eroe, da adolescente qualcosa cambia. Certo, lei è diversa dalle sue coetanee, deve sottoporsi continuamente a visite mediche, deve prendere mille pillole al giorno, però è pur sempre una ragazzina e vorrebbe divertirsi, concedersi il lusso di disobbedire al papà, innamorarsi, progettare il futuro. Vorrebbe anche che il padre pensasse un po’più a se stesso, si rifacesse una vita dopo Elizabeth, trovasse una compagna con cui condividere le giornate e si svagasse, soprattutto ora che il teatro di cui è direttore rischia di chiudere...

Quali sono i giorni meravigliosi cui si fa riferimento nel titolo (oltre che a una originale opera teatrale di cui leggerete all’interno del romanzo)? Tutti, verrebbe da dire, tutti quelli che la vita (o il destino, un qualche dio o dea) imprevedibile, magnanima e crudele, ci dona di vivere. È su questo punto che il romanzo, al grido di “ruba il tuo futuro”, martella tenacemente: non fermiamoci a chiedere sempre il permesso, a farci paranoie, a dubitare di noi, ad aspettare il momento giusto che tanto il momento giusto non arriverà mai: agiamo e andiamo avanti, godiamoci questa cazzo di vita che abbiamo. Keith Stuart lo fa molto abilmente con uno stile piacione, che strizza l’occhio al lettore, lo cattura con uno stile friendly, acuto, con battutine sparse qua e là tra parentesi e dialoghi tra i diversi protagonisti sempre brillanti, sarcastici e, quindi, ammettiamolo, poco realistici. Ma, al di là di questo stile ben pensato e confezionato ad hoc -il che non è un difetto-, è impossibile resistere ai due protagonisti, Tom ed Hannah, il cui punto di vista si alterna nel testo, un capitolo a testa: lui così tenero e goffo, un papà i cui incontri al buio organizzati dalla figlia vi faranno piegare dalle risate; lei così giovane e forte, una piccola donna che sa ascoltare e comprendere, non arrendendosi mai. Ricordo che Keith Stuart ha già analizzato il rapporto genitoriale nel suo precedente romanzo, La morbidezza degli spigoli (sempre edito da Corbaccio) ispirato dalla sua esperienza come padre di un bambino autistico.



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