Evacuazione

Evacuazione

Naor e Yaël, una giovane coppia di fidanzati, regista lui artista lei, stanno lasciando Tel Aviv. Fuggono da una città in preda alla guerra. Con loro c’è il nonno di Naor, Saba – che in ebraico vuol dire “nonno”, appunto – un anziano scrittore piuttosto eccentrico, appassionato di Beckett e Joyce. Non hanno molto tempo, devono evacuare la città e rispettare la fascia oraria imposta secondo le modalità fornite dall’esercito, altrimenti saranno indirizzati ad un campo di accoglienza. Tutto è stato pianificato, raggiungeranno il kibbutz dove vivono i genitori di Naor, quell’oasi di serenità dove saranno al sicuro dalla guerra, dove il nonno potrà ricongiungersi alla madre di Naor e i due potranno finalmente fare la pace. Nel caos della folla, tra i soldati che agitano bandierine per regolare il traffico e la protezione civile che distribuisce bottigliette d’acqua, i tre si dirigono verso l’autobus che li porterà via da Tel Aviv. Dopo essersi accomodati in una delle ultime file, proprio sul momento di partire, Saba si alza e scende. Con uno scatto Yaël lo segue un istante dopo, e, di conseguenza, anche Naor scende dall’autobus. Saba ha cambiato idea, non vuole più allontanarsi dalla città, vuole che i due ragazzi salgano su quell’autobus senza di lui. Ma per Naor lasciare l’anziano è fuori discussione e mentre si lancia invano in una folle corsa verso l’autobus in partenza per recuperare borsoni e documenti, Yaël e Saba aspettano seduti su una panchina il suo ritorno sconsolato. “Siamo rimasti seduti un bel po’. A guardare passare le auto e i camion, a vedere la città svuotarsi. Senza dire nulla. Senza muoverci. Come tre vecchietti che prendono il fresco”. E da quel momento inizia per loro un vagare senza sosta per le strade di Tel Aviv…

Uscito in Francia nel 2017, Evacuazione è il terzo romanzo pubblicato in Italia dello scrittore franco-israeliano Raphaël Jerusalmy. La brevità del romanzo (poco più di cento pagine), lo stile fluido e asciutto non devono trarre in inganno. Perché in Evacuazione sono affrontati una pluralità di temi: i sentimenti da cui sono legati i personaggi del romanzo, la paura di un’esistenza vissuta nell’orrore della guerra e delle bombe, la morte, così come è percepita dall’anziano Saba e dai giovani Naor e Yaël, l’amore per l’arte in senso lato (non a caso i tre si occupano di cinema, arte e letteratura) in contrapposizione all’orrore della guerra. La tecnica scelta dallo scrittore di utilizzare discorsi diretti, capitoli brevi e, a tratti, una narrazione con un taglio quasi giornalistico, potrebbe lasciare il lettore disorientato ad una prima lettura. I continui flashback si alternano al presente, in cui il protagonista Naor è in viaggio in macchina con la madre dal kibbutz nel nord del Paese verso Tel Aviv. Il viaggio è semplicemente l’occasione per raccontare la storia a partire dall’evacuazione della città ordinata dall’esercito. Sia nel presente che nel passato, il narratore cala il lettore in un’atmosfera quasi reale: nel presente intervallando la narrazione alle immagini della segnaletica stradale (con tanto di mappa finale del tragitto), dandogli così l’impressione di essere in viaggio con i due; nel passato, lo scenario di una futura Tel Aviv sotto attacco (oltre ai missili, nel libro si fa riferimento anche ad armi batteriologiche) non può che trasmettere al lettore le stesse insicurezze, il forte disagio e la precarietà che vivono i protagonisti – che, tuttavia, decidono di non partire sebbene abbiano la possibilità di farlo. Naor, Yaël e Saba scelgono di vivere in quel luogo nonostante il pericolo, di sopravvivere in una città quasi deserta e riescono addirittura ad avere dei momenti di ordinaria normalità in pieno conflitto: ad esempio, quando vagano su Rothschild Boulevard in piena allerta oppure quando Naor decide di uscire con il windsurf a mare (“…è stato il nirvana. Ho dimenticato tutto”, dirà), mentre sulla terraferma i combattimenti infuriano. Spaccati narrativi che potrebbero sembrare un po’ forzati, ma che lo stesso scrittore definisce “niente di più umano”: non è quello che avviene ogni giorno? Ad esempio, “come i bambini di Aleppo o Mosul che giocano a campana tra due attacchi”. Un modo per rifiutare la guerra e cercare uno spiraglio di pace.



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